Ma quello stesso giorno, avanti desinare, Ortensia mi sorprese laggiù, sotto i tigli.
Disse scherzosa: — Riverisco! — e s'inchinò.
— Chi t'ha svelato il mio rifugio? — domandai a mezza voce. (Ubbidendo a Moser proseguivo a dar del tu alle signorine, tuttavia bambine agli occhi del padre....)
— Lo sapevo — ella rispose. Poi aggiunse franca: — E voglio saper tutto, tutto!
— Che cosa?
— La mamma lo dice da un pezzo: Sivori è mutato. Si può sapere cos'ha?
Quantunque ardita innanzi a me, Ortensia m'interrogava con un sorriso incerto; col dubbio manifesto che non le rivelerei il mio segreto, e col rammarico che neppur lei, la mia «piccola amica» d'una volta, meriterebbe tal confidenza. Dubitava d'un mistero. E io, che non sapevo che dirle:
— Sono stanco — dissi; e la guardai in modo da toglierle il sospetto del mistero.
— Stanco fin di parlare?
— Sì....; non d'ascoltare, però. Parla tu.