Infine, i rumori della strada....
Io risentivo fuori di me, per tal modo, l'armonia del giorno; ma tuttavia mi chiedevo che cosa me ne avesse escluso, m'impedisse ancora di parteciparvi con tutta l'anima. Quale colpa? qual destino?
A lungo attendevo, così. Quindi mi richiamava la bella voce: — Buon giorno, Sivori!
Appena alzata Ortensia veniva sotto la mia finestra a salutarmi con un lieve inchino, sorridente, il sole nei capelli.
«Dimenticare me stesso!» E scendevo.
.... Nè tacerò di un altro conforto che ebbi in quei giorni.
Pieruccio Fulgosi, dopo la gita alle Grotte, spasimò a dirittura e visibilmente per Ortensia. Alle canzonature di Anna, alle contraffazioni di Guido, ai miei sorrisi pietosi, agl'incitamenti di Roveni, che battendogli una mano sulla spalla gli diceva: — Coraggio, giovinotto! —, e sopra tutto all'incuranza di Ortensia, egli la sera, durante i ballonzoli e i giochi, opponeva una faccia patibolare, un silenzio patetico, un colletto sempre più angusto.
Quando, un pomeriggio, la signora Fulgosi, adducendo con Eugenia non so che pretesto, venne da me per parlarmi in segreto. Aveva gli occhi fuor del capo, come spesso; il viso pallido come sempre, e più del solito il tic delle palpebre e le raggricciature del naso. Sobbalzando con le parole dietro le idee precipitose, quelle sue smorfie rappresentavano gli sforzi per trattenere il filo delle idee e la furia delle parole, mentre accrescevano l'espressione dell'aspetto tragico.
— Ah dottore, dottore! — cominciò affannosa e tremando —. Mi aiuti lei! mi consigli!
Dubitai che in un accesso isterico avesse sofferto di qualche nuovo malanno, e stavo per ricordarle che non esercitavo la medicina. Ma ella esclamò: — Pieruccio! —; e recò le mani alla fronte, contro i capelli, disperatamente.