Alli spirti celesti in vista eguale —?[23]
Dicono che Bianca Cappello ebbe i capelli biondi e gli occhi neri (io non ricordo la tela in cui la ritrasse il Bronzino); il poeta Rinaldi pareva ammirare in Pellegrina Bonaventura il candore della carnagione nel lume dei neri occhi e nel riflesso dei capelli neri; a Bianca Barbazza, rassomigliante in questo alla madre piú che alla nonna, fu pure attribuita la vivacità del “nero e del bianco„ in altra serie di “motti„, parte satirici e parte laudatori. Eccone alcuni:
Piombino da muratore — Virginia Ricordati Maranini
Il zibellino — Dorotea Albanesa Bulgarini
La mula del papa — N. Simoni Peppia
Il guardo soave — Diana Barbieri Rinieri
Il parapetto — Caterina Caccialupi Alamandini
La Ninfa — Livia Rossi Fantuzzi
La modesta — Camilla Beri Bandini
La tramontana — Camilla Orsi Leoni
La buona — Camilla Orsi Ghisellieri
La favorita — Doratrice Oro Gambari
La matrona — Silvia Orsi Sampieri
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La pensosa — Valeria Lambertini Guidotti
La buona notte — Claudia Fantuzzi Paltroni
Il delfino, La cassa di noce — Camilla Fantuzzi Bandini
Il buondí — Clementina Orsi Ercolani
Il falcone — Orsina Foscherari Favi
L'Armida, Il Giardino d'Amore — Lodovica Amorini Campeggi
La parlatrice — Olimpia Guerrini Ghiselli
La splendida — Ippolita Campagni Ghiezzi
Il bianco et il nero — Bianca Bentivogli Barbazzi[24].
Ma le sembianze di Bianca Bentivogli meritaron ben altro che l'insulsa indeterminatezza di questi attributi! Ella, “sole di beltà„, come la chiamò il Malvasia nella Felsina pittrice, per arte di Guido Reni si rivide immortale in figura d'una Cleopatra che Andrea Barbazza acquistò, non so l'anno, e Antonio Bruni credette di rendere in rima:
.... Non sembra in tela espressa,
Perché il pittor l'avviva, amor l'ancide;
Le dà spirto il pennel, l'angue l'uccide[25].
Cosí dunque, con lieve sforzo di fantasia, possiamo imaginare Bianca nell'effusione di tutto il giovanile splendore a quella festa che né pure un anno dopo le sue nozze, al carnevale [pg!35] del 1615, fu data nel palazzo del Podestà, e che per magnificenza d'apparati e vestiari e novità d'invenzione e per la nobiltà dei cavalieri che vi tornearono — con essi anche il Barbazza e il fratello di Bianca Alessandro — parve meravigliosa e degna d'imperituro ricordo[26].
Ne era venuta l'idea a parecchi gentiluomini i quali avendo ricercato una sera, come solevano di frequente per passare le ore, “qual fosse la piú espedita via d'acquistare la grazia dell'amata donna„, né essendo riusciuti ad accordarsi sulle varie proposte, avevan risoluto di rimettersene al giudizio delle armi. Detto, fatto; e per l'operosità in ispecie di Gabriele Guidotti, che inventò favola e macchine, curò l'allestimento del teatro e instruí i cavalieri, il 2 marzo a un'ora di notte tutta l'eletta società di Bologna poté convenire all'atteso divertimento.
Tre ordini di gradini e tre ordini di logge accolsero gli spettatori: nei gradi a mezzodí le dame; di fronte a loro il cardinal legato Capponi e i magistrati; a destra e [pg!36] a sinistra i cavalieri. Nella scena dell'azione s'ergeva un tempio dorico circondato d'alberi; nell'alto, al principio, s'aprí una nube e apparve Giove in mezzo agli dei; e a lui Venere, con a lato il figliuolo cui accennava, chiese licenza di scendere in terra per soccorso e consiglio delle misere donne. Giove, manco a dirlo, assentí, e la nuvola si rinchiuse. Ed ecco uscire dal tempio un coro di sacerdoti, i quali si disponevano a sacrificare alla dea un leone un capro e un drago, quando a suono d'una musica sí dolce che — asserisce uno il quale l'udí, non io — “tutti gli spettatori sembrava ardessero del soavissimo fuoco d'Amore„, comparvero Venere e il figlio e l'amico di casa, Marte. Amore liberò le belve dall'imminente sacrificio:
E questo altar or sia — disse —
Il tribunale ove porrò la seggia
Per giudicar de' cori
Quali sian di pene e premi
Meritevoli ardori.
Un Amorino venne a querelarsi al picciolo Iddio di certa giovinetta che aveva [pg!37] abbandonato l'amante suo, ma poiché Venere difese la colpevole e poiché Marte, il quale aveva ragioni sue proprie di contraddizione alla dea, sostenne il cavaliere amante, bisognò trovare la fine del contrasto in particolari certami e in un generale torneo. Veramente ci fu ad intermezzo la comparsa della Gelosia in forma di larva orrenda con uno stuolo di “mostri neri ignudi alati„ e “con uno strepito di anime perdute„ in una voragine di fuoco; ma come la femmina maligna non riuscí a “mettere contagio nell'anima degli spettatori„ — asserisce uno spettatore, non io — posso risparmiarne la descrizione.