Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante di lei, se non contro la donna, se non contro se stesso, non avrebbe potuto scuoterlo e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria alla finestra, con la faccia ridente, e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor geloso» e attaccata questione, ferì il drudo...
Ma dopo scongiurò Vittoria che gli perdonasse!
Atterrata, essa rispose: «Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni vostra voglia, nè amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete perdono, io ve ne faccio grazia...».
E, per convincerlo, gli mandò copia della lettera con cui diceva addio a Fortunio. Gli diceva:
«M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorgere in voi».
Le pareva! Le qualità di quell'uomo le parevan amabili dopo che l'aveva saputo delatore, sicario, vigliacco! Che menzogna! Che infamia! Spudorata. Abietta.
E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo aprì gli occhi. Non comprese che se lei era giunta a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui stesso; [pg!150] non ricordò che per amor suo la donna aveva pianto. Con un pretesto, finalmente, spezzò l'ignobile legame.
E mutato il nome di lei, ne pubblicò, insieme con le sue, le lettere: nel 1569.
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