E Grappanera, pazientemente:

— Non ci sono cicogne a questo mondo? Non falchi? non aquile? Uccelli, insomma, così robusti da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e portarlo in montagna per divorarselo in santa pace? Il pesce, però, preso da uno di questi uccelli, dovè pensare alle faccende sue e battere e sbattere la coda disperatamente; l'altro aperse un momento il becco...; e il merluzzino scappò, cadde. Per caso, proprio là sotto dove cadde, stava una pozza d'acqua. Il problema era risolto.

— E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo, quanta grappa nera ci bevesti dietro? — dimandò Pannocchia.

Schernivano ormai per partito preso. Inutile, oramai, qualsiasi discorso.

***

Ma non solo per questo Grappanera pativa sino al martirio: pativa non tanto perchè non credevano alle verità che diceva lui, quanto perchè credevano ciecamente alle fandonie che dicevan loro e che imparavano dai libri e dai giornali. Questa la sua maggior passione: di non riuscir a convincerli delle bugie, delle assurdità stampate.

Ah la storia dei canali di Marte!

Un giorno lui, Grappanera, arrivò al convegno [pg!175] mentre Silvio il sarto e Volturno Schiza disputavano, sostenendo l'uno che la gran stella che accompagna il sole al nascere o al morire si chiama Marte, e l'altro che si chiama Venere. La questione non gl'importava molto; e lui, Grappanera, tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan più, disse:

— Pensate che se ne abbia permale lo stellone del dì o della sera, se non gli date il suo nome giusto?

Ma Silvio gli si rivolse contro.