Il canonico, la vedova, il figlio, le tre figlie, i tre generi, la nuora, i quattro assessori e il segretario...: 15. In quindici, nella camera da desinare, aspettavano il notaio.
Che venne, finalmente.
— Siamo seri — mormorò Agosti all'orecchio dell'assessore d'Igiene; e col coltello in mano si pose, ritto in piedi, dietro la seggiola in cui, a capo della tavola, siederebbe l'uomo del Diritto. Davanti, aspettava il cofano. E gli porse — il segretario al notaio, appena questo fu al posto — il suo coltello da caccia, per forzare la debole serratura. Di qua e di là della tavola, stavano, in piedi il figlio e i generi; di fronte, le signore e il canonico, e più indietro, in piedi, i rappresentanti del Comune.
Momenti di aspettazione ansiosa, dissimulata da facce serie e sguardi severi.
— Constatato che nel cofano che si presume contenga il testamento del fu comm. Antonio Cerédoli manca la chiave idonea ad aprirlo — il notaio chiese — tutti gli aventi diritto, senza eccezione, consentono che si sforzi la serratura?
— Sì! sì! — tutti risposero.
E cric fece al passar della lama il concavo coperchio. Aperto subito; senza sforzo. E...
— Eh? cosa? — disse il dottor Tibaldi voltandosi [pg!242] indietro quasi il segretario avesse parlato. Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti e due. Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel che il notaio aveva veduto.
— Eh? cosa? — Scappò via, Agosti, fuori della stanza, come se ci avesse veduto un leone a bocca spalancata o una leonessa, dentro il cofano. Per dir meglio, più semplicemente — con scandalo dell'assemblea — scappò via come uno che non può più resistere.
— Cosa? cos'è stato? Cosa c'è? — adesso significavan nello stupore enorme tutte le facce, mentre il notaio rialzava appena appena il coperchio e si accertava che le carte lì dentro erano tutte della stessa sorte.