Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera.

E la signora Filomena, la vecchia, non tardò ad accorgersi del proposito e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perchè scendesse a prendere un po' di sole con lei.

— Venite giù, poverina! Vi farà bene. E tanto insisteva che bisognava accontentarla. Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci, o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo [pg!56] in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve. Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e lisciava, beato.

Ma già il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante accendeva d'una luce d'oro la montagna di là dal fiume, stupenda, la vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, dopo, la cena dell'ospite.

***

Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo ingegno consunto in opera meschina.

Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandonò, nè le fatiche della scuola, nè il disagio domestico, nè la stessa mancanza [pg!57] di affetti (orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior male le rodeva l'anima: come un più segreto affanno; come un'aspirazione dell'anima spossata, e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire!

Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno circonfondeva di una soavità luminosa e di una luminosa pace. E non comprendeva che il maggior male le veniva appunto di là, dal contrasto fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle.

La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva l'inconsapevole consiglio che a viver bene le dava, nella persona della vecchia, l'umiltà. Al contrario, della consuetudine con la vecchia risentiva un'irritazione, un fastidio sempre più grave e ormai pari all'odio.

Già esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere l'usato grido — Oh... là! —, che i ragazzi le mandavano dalla pendice opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, così!