Allora allora l'Agnesina poté correre a basso; e indi a poco, palpitante e giuliva, udí accostarsi un cavallo. Non era Guglielmo Berlinghieri; era Rinaldo Imberali, il quale scorrendo come di solito presso a Firenze, veduta quella porta aperta, di null'altro in pensiero che del suo amore s'era incamminato per la buia contrada. L'Agnesina disse: — Son qui! —; e a Rinaldo nell'udire quel motto e nell'osservare quell'ombra bianca nell'oscurità, che gli faceva cenno della mano, sembrò di sognare: spinse il cavallo all'uscio della casa e colse in groppa, co 'l braccio, l'Agnesina.

Rinaldo punse il cavallo. Alla porta, i compagni di Guglielmo, aspettando che l'amico, secondo l'accordo, si fermasse a chiamarli, non guardarono a chi trascorreva cosí in fretta e in silenzio.

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II.

Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla città e da ogni casolare e campo, saliva ai monti e s'internava tra due falde boschive e dense come in una notte cupa.

Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio peso, rallentava il galoppo e sbuffava; e tuttavia Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni perché salvasse il suo amore: l'Agnesina, che impaurita chiudeva gli occhi e sentiva la frescura ventarle i capelli, con le braccia stringeva piú forte il petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto la destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva il viso e le susurrava su 'l capo: — Anima mia! — ed ella taceva rabbrividendo; ma a un punto l'Agnesina sospirò: — Guglielmo! —, e Rinaldo comprese d'improvviso e allibí. Tacque: non sarebbe stato da stolto perdere ciò che per sorte aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone parole — pensava — che m'ascolterà e l'avrò [pg!99] in pace prima di giorno; ma dove andremo?»; mentre essa, che non ardiva domandargli «Dove ci fermeremo?», si fidava tutta nel cuore che sentiva battere sotto la sua mano.

La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso forse dieci miglia, risaliva erta per una folta e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di poter riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un abete; poi, prese una mano della fanciulla e, senza piú velare la voce, le disse: — Qui, anima mia, saremo sicuri —. Alle parole di lui l'Agnesina vide che non era Guglielmo e con un grido di spavento, quasi riconoscesse un suo mortale nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a supplicarla dicendo: — Agnesina, ascoltatemi e non temete di me; ma alla fanciulla s'annodarono in gola parole e singhiozzi, finché copertasi con le mani il volto in atto di vergogna e sciagura, proruppe in pianto.

— Ascoltatemi — supplicava Rinaldo fuori di sé medesimo, perché temeva di perdere la nuova speranza. — Voi mi chiamaste; io credetti che alla fine v'avesse presa pietà di me e voleste [pg!100] darmi la maggior consolazione che uomo provasse mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste: «Guglielmo», e io m'accorsi dell'inganno; ma allora che cosa potevo, che cosa dovevo fare? Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro; io vi ricondurrò, ma la madre, adesso come allora, v'accoglierà con sospetti e n'avrete rimbrotti e castigo.

Oh quanto l'Agnesina piangeva duramente senza dare ascolto a Riccardo! Il quale proseguiva:

— La colpa non è stata mia, non vostra, non di Berlinghieri: è stata della mia fortuna, che mi ha condotto alla vostra casa prima di Guglielmo e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi vi vuole tanto bene potrebbe lasciarvi in simile guaio se potesse consolarvi un poco?