Eber mi dimandò:—Dov'è il ponte?

—Il ponte! già! ci vuole il ponte! pensai. Per verità a me anima viva non mi favellò di ponte, e ignoravo anche se il corpo del genio garibaldino avesse confidenza coi ponti. Bisognava rispondere:—Non lo so—e rimanere scornato, o indovinare dove ei fosse. E se fosse stato altrove? Nel duro bivio mi soccorse il mio maestro Bacone con un ragionamento induttivo: si valica il fiume, dunque c'è il ponte. Di costà non v'ha ombra di nemico, di qua non si scorge un soldato, dunque il ponte è vicino. In tre battute di polso succedutisi l'affanno, il ragionamento, la risoluzione, risposi:—Il ponte è là. E indicai col dito. Dopo l'affermazione baconiana passarono per me dieci minuti crudeli. Alla perfine ci vennero veduti e fiume e ponte: respirai!

Il ponte ideato dal colonnello francese Bordone costrussero mani inglesi della legione. Compaginato con barche d'ineguale altezza, strette insieme da funi, presentava un piano ondulato, e le tavole, mal connesse e mal chiovate, vacillavano sotto le zampe dei cavalli e sotto il piede dei fanti. Largo quattro piedi, faceva mestieri tragittarlo a uno a uno; pareva che ogni onda scorrente dovesse trarne seco un brano; così forte esso crepitava e gemeva! e non istette guari che un paio di barche furono rapite. Il ponte reclinò il capo nel fiume, e tutta la scienza meccanica del nostro affaccendato Bordone non valse a risollevarnelo. Quel magro, lungo e paralitico ponte provocò l'ilarità prolungata dell'esercito meridionale.

Valicato il fiume e compiuto l'ufficio mio presso il brigadiere Eber, m'affrettai al generale che antecedeva di qualche miglio.

Il nemico, munita Capua con diecimila uomini, si ritirò sul Garigliano. Nell'interposta pianura doveva darglisi battaglia insieme coi Piemontesi, Garibaldi incontrarsi col re sul campo, e ivi regalargli la corona delle Due Sicilie. Questa voce vestita di forme poetiche volava di bocca in bocca, e i nostri battaglioni, bramosi di mostrarsi al paragone dell'esercito regolare, chiarivansi mediocremente interessati dello incontro drammatico dei due personaggi.

Si tirava innanzi con tardo passo per vie incassate, strette e ingombre di truppe, paghi d'aver posto piede alfine sulla riva contestataci con sì ostinata fierezza, e commentando in vario stile i prenunziati eventi, allorchè s'intese che il generale Bixio, caduto da cavallo, ruppesi la testa e una gamba.

—E due! esclamai.

Diffatti poco stante, ad un trivio, lo trovai seduto a terra col capo fesso, col naso ferito, col viso insanguinato e colla gamba spezzata prestar mano impassibile agli infermieri, rammaricarsi d'essere impedito dal combattere, e raccomandare che la disgrazia rimanesse celata alla moglie.

Garibaldi aveva ordinato che s'arrestasse un prete fuggitivo. Bixio, immemore del grado e trasportato dalla consueta foga, scagliossi a tutta briglia sull'orma del prete, e nel girar la via incassata e selciata, il cavallo, focoso al pari del cavaliero, cadde di fianco, ed ei rimasto in sella percosse la testa contro la muraglia; la botta del cavallo gl'infranse la gamba, e la rovina di lui fu la salute del prete.

In quell'istesso giorno due carabinieri del drappello genovese si uccisero l'un l'altro a caso, e medesimamente due inglesi della legione. Giorno di malo augurio anche per gli spregiudicati.