Garibaldi mi comandò di salire in cima di quei monti e di riconoscere se nelle valli a destra apparisse indizio di nemici. Molte precauzioni simili aveva studiate e adottate il generale per ogni verso. Mostravasi cautissimo al solito, ma non al solito ardito. Io non ravvisava in lui il Garibaldi di Palermo e del 1.º ottobre, bensì il Garibaldi luogotenente del re, il coloritore d'una parte assegnata, di disegno non suo. Eseguiva e non creava. Era un generoso destriero umiliato fra le stanghe d'un baroccio.
Un capitano e quattro cavalieri ungaresi mi vennero compagni nella ricognizione. Superati i greppi dell'ascensione, si cavalcò penosamente varie ore di cima in cima paralleli alle mosse dell'esercito. Non abbiamo scoperto nemici; nè amici, imperocchè villaggi e casolari non consolano quelle vallate e quelle gole. L'aere ossigenato, la prossimità del mezzodì, il lungo cammino aguzzarono un appetito assai molesto nella comitiva italo-magiara. I magiari ed io, in mancanza d'un organo di comunicazione, non avevamo sino allora articolato verbo nè avverbio, quando alla veduta d'un monastero sulla metà della costa io ruppi il tedioso silenzio:—Elyen Lajos Kossuth. Quei muti ed affamati commilitoni, al suono del nativo idioma e del nome di Kossuth, si rifecero snelli e giocondi, e con viso di riconoscenza ripeterono:
—Elyen! Veramente non mi scaldava il cuore allora un evviva a Kossuth, ma ell'erano quelle le sole voci magiare di mia conoscenza per alludere al monastero.
E risovvenendomi che il capitano, come presupposto gentiluomo, avrebbe dovuto saperne di latino, lo tentai con maccaronica frase: Monaci illi, censeo, dabunt nobis panem, caseum, vinumque. A cui quegli di botto:—Bonum! fames nostra est magna. Mi confortai che in fatto di latinità del buon secolo il magiaro ed io non facevamo una grinza.
Cogliemmo i monaci a tavola. Sommavano a dieci. Cordialmente ospitali, cedettero il loro posto e vollero amministrarci le vivande eglino stessi. Bove bollito e fumante, castagne e vino per noi, e generosa misura di avena pei cavalli. Acquetate le prime urgenze dello stomaco, rossa la guancia e gli orecchi, si principiò a ragionare per diritto e per rovescio di teologia, di frati, di monache; e gli adiposi padri non si sgomentarono delle mie opinioni eterodosse, reggevano intrepidi alla barzeletta e ridevano ai lazzi sulla loro equivoca virtù. I magiari non capivano sillaba, però ridevano.
—Mi rincresce per voi, dissi al padre guardiano, ma questa ripaille finirà presto.
—Davvero! proruppe colla gioia negli occhi un monaco smilzo, pallido e giovane. Il guardiano troncogli il discorso sulla lingua e lo rimandò grullo grullo alla sua cella. Indi rivolgendosi a me:—Egli è un patrizio innamorato d'una ragazza della plebe che il cauto e giudizioso genitore chiuse qui in penitenza. Ma, ritornando al primo detto, il dittatore forse avrebbe decretato…
—No.
—Oh! in tal caso ciò che non fece Garibaldi, odiatore di preti e di frati, non farà il rampollo della pia Casa di Savoia, venuto a prendere possesso del regno.
—Sentenza d'oro; se pur il sillogismo della storia non sarà più stringente di quella pietà. Del resto, con Casa di Savoia, se uscirete dalla porta, rientrerete per la finestra!