—E Garibaldi non vi fu invitato?

—Ma?

Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il dittatore seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del suo cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d'acqua, una fetta di cacio e un pane. L'acqua per giunta infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente:—Dev'esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo.

Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m'apparve sì dolcemente mesto, che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettale tenerezza.

Fatto centro in Calvi, il generale dispiegò i suoi diecimila uomini con perspicua diligenza, da un lato fino a Casciano, dall'altro a Sparanisi, la fronte conversa alla strada che per Sant'Agata mena al ponte del Garigliano. Corse e speculò minutamente l'intero giorno il terreno entro un arco di parecchie miglia, e la sera si ridusse in un tempietto fuori della borgata di Calvi. Mesti della sua mestizia, noi c'eravamo posti a giacere su poca paglia intorno a lui. Una deputazione di Siciliani variò la scena muta, empiendo la cappella di sinedochi, di ipotiposi e di epifonemi. L'onda oratoria di quei diserti isolani mi conciliò meravigliosamente il sonno. Finiti i discorsi, partiti gli oratori, il silenzio mi svegliò, e appunto allora fu recata la novella al generale che una pattuglia di cavalli nemici avanzavasi arditamente verso il tempietto, provenendo da Capua.

Chiamato per nome, saltai in piedi.

—Andate a scacciare la pattuglia, egli mi fece.

Beato dell'onore di rinnovare a un dipresso le gesta di Orazio Coclite, cavalcai frettoloso contro il nemico, lusingandomi di rispondere degnamente alla superlativa fiducia del generale. Però gli amici miei, testimoni del comando ricevuto, probabilmente appartenevano a quella scuola storica che considera il Coclite, lo Scevola, il Curzio ed altri di codesta risma, figure simboliche dell'età poetica di Roma, e deliberarono di non lasciarmi solo fra venti spade. Usciti chetamente dal tempietto, mi tenner dietro ad uno, a due, a tre, e bentosto vidimi in un sodalizio di gagliardi che abbassarono di un tono l'impresa. Sulle nostre pedate s'incamminarono alquanti uffiziali dei corpi ivi attendati, e caporali e soldati, avvegnachè si fosse un pochino diffuso il rumore dell'impresa. Quell'uno adunque, designato da Garibaldi ad una singolare tenzone contro l'avventurosa pattuglia, diventò cinquanta. Oltrepassate le ultime sentinelle degli avamposti, ci profondammo nell'ignoto in cerca della pattuglia. Quand'ecco il suono dell'ugne dei cavalli ce la prenunzia. Gli uffiziali a piedi e i soldati si spiegano in due ali sui campi per colpirla con fuochi obliqui ed accerchiarla, mentre noi cavalieri sulla strada la investiamo di fronte.

Pistole e carabine in punto, e avanti! In un lampo le piombiamo addosso, e gli snelli volteggiatori delle ali l'hanno già circondata:—Ferma, giù le armi, prigionieri!

Il condottiero, sbigottito e obbediente, depone la frusta ed arresta il baroccio carico di mattoni, tirato da quattro cavalli.