Fra i grati ricordi del contatto personale col liberatore delle Due Sicilie, veruno mi si affaccia così vivido alla memoria, come le mattutine passeggiate a cavallo nelle vicinanze di Palermo sino alla battaglia di Milazzo.

Erano giornaliera occupazione del dittatore comporre l'esercito, provvedere alla cosa pubblica, aggiustare querele municipali, temperare il troppo zelo degli amici, accorciare i panni degli avversari politici, ond'egli, faticato da sì svariate cure, dalla ressa di tanta gente, dal rumore di sì diverse favelle che ponevano a severissima prova la sua natura semplice e amante di solitudine, corcavasi di buon'ora. Ma l'aurora rivedevalo sempre fresco e con faccia serena. Una tazza di caffè e a cavallo.

Una mattina abbiamo visitato il forte Castellammare, che il popolo, esecutore d'un decreto dittatoriale, demoliva allegramente, incoraggiato dai preti, i quali gli dimostravano nel papa l'anticristo, nei Borboni una banda di sicarî, in Garibaldi il messaggiero di Dio. Quel forte, terrore di Palermo, come Sant'Elmo di Napoli, spariva alla parola del liberatore, quasi gigante di neve al sole. Centinaia di mani gagliarde disfacevano i baluardi, le caserme, i magazzini e le paurose carceri, ove giacquero tanti patrioti, e dianzi gli ostaggi del 6 aprile.

—Eppure si afferma che questi popoli meridionali sono indolenti! disse Garibaldi, fermando il cavallo davanti al lato del castello che prospetta la città.

In quelle cotidiane peregrinazioni, i più frequentemente visitati furono i conventi femminili che popolano i dintorni della città.

La figura leggendaria di Garibaldi aveva accesa la fantasia delle monache palermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate. Ogni giorno comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrane, di nastri ricamati e d'ogni qualità di minuti lavori monacali. Una letterina pia, ed anche uno zinzino erotica, accompagnava il dono. Eccone una: «A Te, Giuseppe, eroe e cavaliere come san Giorgio, bello e dolce come un serafino. Ricordati delle monache di…., che t'amano teneramente, e pregano santa Rosalia che ti faccia beato nel sonno e nella veglia.» Una mattina visitammo il convento di…, fuori di Porta Nuova. Le monache, preavvertite, prepararono una colazione coi fiocchi. La paziente industria del chiostro, nella più svariata confezione di dolci, brillò sulla ricca mensa. Castelli di zucchero, torri, tempietti, cupole di zucchero, e nel centro la statua di Garibaldi di zucchero. La mensa aveva l'aspetto di un bazar.

All'eccezione d'alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le monache erano giovani e di famiglie nobili. Ci attendevano nel refettorio, ove fummo condotti dalla badessa, che ricevette il dittatore al vestibolo del monastero. Entrato questi nel refettorio, le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. La fisonomia sorridente e soave del glorioso capitano e i modi compiti del gentiluomo, le ebbero immediatamente affidate.—Come somiglia a nostro Signore! susurrò una di loro all'orecchio della vicina. Un'altra, nel calore dell'entusiasmo, gli prese la mano per baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le compagne giovinette, indi le più mature, e finalmente anche la badessa, a tutta prima scandalizzata.

Noi si stava a guardare!

Nel corso di un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e gli stabilimenti pii. E non fu sempre argomento di zuccheri e di baci. Il Generale aveva in mira di penetrare i misteri sin'allora inviolati di quelle antisociali clausure, di scoprire impuniti disordini, ignorati patimenti, e di rimediarvi. Molte fanciulle, immolate dall'avarizia dei parenti, o sviate da un passeggiero ascetismo, o vinte nella lotta di più geniali e più umani affetti, trovarono in lui la provvidenza riparatrice. Mai lo vidi sì profondamente turbato come durante la visita ad un ospizio di trovatelle. Egli udì dal loro labbro la pietosa istoria dei supplizî cotidiani:—Il pane infetto, i cibi scarsi, la mondizia negletta, il non loro peccato rinfacciato. I volti sparuti di quelle dolorose, le dilatate pupille, le misere vestimenta, spandevano sinistro lume di verità sulla loro patetica eloquenza. Il Generale, in mezzo a quelle poverette che gli si aggrupparono intorno stringendogli le ginocchia, le mani, la spada, piangeva al loro pianto, e veruno di noi rimase a ciglio asciutto. E quando i guardiani brutali tentarono di scusarsi, uno sguardo terribile di lui li ridusse muti e tremanti. Lasciati due de' suoi aiutanti per investigare e riferire, ei rimontò in sella taciturno.

Giunto a Porta Nuova piegò a sinistra e, percorrendo la strada del pomerio, si diresse alla piazza d'armi, che apresi all'occidente della città sino ai piedi del monte San Pellegrino, ed entrò nell'ombroso giardino reale della Favorita. Al rullo del tamburo e alla voce Galibardo, Galibardo, in un baleno sbucò dai cespugli e schierossi lungo il viale uno sciame di ragazzi, in camicia rossa di cotone, coi gomiti laceri, quale calzato e quale no, e quasi tutti senza berretta. Appena conquistata Palermo, Garibaldi ordinò ad un suo vecchio commilitone di Montevideo di raccogliere quanti fanciulli poveri potevagli venir fatto, e di addestrarli negli esercizî militari.