[Giugno 1509.]

V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona, altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia, come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona, Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani, Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro; il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un tratto quasi tutto lo stato di terraferma.

Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda, nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio dal primo.

[Agosto 1509.]

I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte, specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una fuggita, e l'altra presa[79].

Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità, poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi, aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate. Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.

VI.

[21 dicembre 1509.]

VI. — Intanto i Veneziani, da ogni parte compressi, sdrucivano con tutto l'impeto della indignazione contro il duca di Ferrara: nemico più vicino, debole, ed odioso[80]. Avendogli già preso ed arso Comacchio, divisavano percuoterlo della stessa o peggior rovina dentro Ferrara, col concorso dell'esercito dalla parte di terra, e dell'armata di galere, di navi e di barche pel Po. E quantunque alcuni senatori volessero dissuadere la intramessa dei navigli nelle acque interne; e tra gli altri si dichiarasse contrario il capitano Angelo Trevisani, dicendo che per le molte fortificazioni piantate dal Duca sulle ripe del fiume, e per la magrezza delle acque non si poteva rimontarlo tanto addentro senza grave pericolo; nondimeno prevalendo negli altri l'opinione della propria possanza navale, e non avendo altrove come impiegarla, il Senato ordinò allo stesso Trevisano di eseguire gli ordini, e di assalire gli stati del Duca pel fiume con diciotto galere, sei navette, ed altri legni minori.

Il Trevisano venne nel Po per la bocca delle Fornaci; ed abbruciata Còrbola, predando il paese intorno, salì il fiume infino al Lagoscuro; e mandò oltre un grosso corpo di cavalleggieri, che per terra lo accompagnavano, a scorrere le campagne sulla riva sinistra dall'Occhiobello al Ficheruolo. Esso coll'armata, non potendo passare avanti, si fermò in mezzo al fiume dietro l'isoletta di qua della Polesella; luogo distante undici miglia da Ferrara, e molto acconcio a travagliarla; dove voleva aspettare l'esercito di terra che prosperamente procedeva da quella parte, ricuperata Montagnana, e quasi tutto il Polesine di Rovigo. Intanto allestiva il bisognevole ai vegnenti: gittava un ponte di barche per assicurare il passo ai fanti e ai cavalli, e con grandissima prestezza muniva le teste del ponte medesimo con due ridotti molto forti sulle opposte ripe del Po.