«Addì undici di gennajo mille cinquecento e uno. Avendo il Santissimo padre e signor nostro comandato che si paghino mille ducati d'oro in oro di Camera al signor Lodovico del Mosca ed a Mutino di Moneglia, prefetti della guardia sulla spiaggia o marina romana, per metter mano alla costruzione di alcune galèe da essere unite insieme coll'armata della santa romana Chiesa contro i Turchi, come si ritrae dalla cedola di nostro Signore, registrata nella cancelleria della Camera apostolica al libro intitolato Diversorum, foglio cennovantasei; così i predetti Lodovico e Mutino personalmente costituiti innanzi alla Camera apostolica, spontaneamente ec., hanno promesso a nostro Signore, e alla detta Camera, ed a me Notajo ec., di spendere i medesimi ducati mille bene e diligentemente nell'opera delle galèe, e di darne buona ragione al bisogno ogni volta che ne siano richiesti; ed hanno giurato secondo la formola camerale, sotto le pene consuete, di eseguire ciò che nella predetta cedola si contiene ec. Presenti nella detta Camera Pietro Chioma, e Bernardo foriere di palazzo, insieme ai Cursori per testimonî. Genesio di Fuligno.»
III.
III. — E per non tornare a salti sopra questa materia delle costruzioni e degli armamenti, qui adesso dirò che per la diligenza del capitan Lodovico si ebbero prestamente le sei galèe fornite di tutto punto nel porto di Civitavecchia[8]; e appresso furono comperate a vilissimo prezzo per tredici mila ducati tutte le artiglierie che il re Federigo, fuggendo dal Regno, aveva raccolte in Ischia; a dire che valevano più di cinquanta mila. I due Capitani se le tirarono a bordo presso la riva dell'isola, e le condussero su pel Tevere alla ripa di Roma, donde poscia le avviarono per Campodifiore a Castel Santangelo. Gli spettatori lungo il passaggio noverarono trentasei bombarde maggiori col seguito di ottanta carri; alcuni tratti da cavalli, altri da bufali: tiri a scempio, a coppia, a quattro, e a sei[9]. Due carri pieni di schioppetti per le barche; nove carri con circa quaranta bombardelle, messe a tre, quattro e sei per carro: dodici con ventiquattro bombarde ordinarie, altrettanti carri per le dodici bombarde grosse; trentasette carri con palle di ferro, tre con polvere; e cinque finalmente con nitro, verrettoni, e pallette mescolatamente. Artiglieria bellissima, di lavoro eccellente, e di gran forza, scortata da duemila uomini d'ordinanza, oltre ai manipoli che andavano avanti, e tra carro e carro, e alla coda.
Dunque al principio del cinquecento si avevano pur care, e si stimavano ancora ad alto prezzo le antiche bombarde e bombardelle; e questo sia ricordo dell'ultimo periodo: da qui innanzi avremo cannoni calibrati al peso della palla di ferro. Dunque i carri da trasporto sorpassavano del triplo il numero delle bocche da fuoco di grosso e di mediocre calibro: e quindi nel traino di guerra, anche al tempo di Carlo VIII, il numero dei carri doveva superare due o tre volte quello delle artiglierie da fazione: tanto che leggendo per quei tempi cencinquanta carri, si ha a intendere una quarantina di pezzi, col seguito di tre carri di munizioni per ciascuno, con qualche altro di rispetto. Valga il documento del Burcardo a confermare le avvertenze del maggiore Angelucci.
Passando alle cose navali, abbiamo qui gli schioppetti per le barche, che avevano a essere archibusi sulle forcelle, corti di canna e larghi di bocca; come tuttavia si mettono alle bande dei piròscafi o delle barche armate quelle minute armi da fuoco, che diciamo petrieri a coda, o vero tromboncini di marina. Finalmente le pallette alla rinfusa, poste mescolatamente negli ultimi carri delle munizioni, fannomi pensare alla metraglia, di che ho dato il primo esempio nell'anno 1453[10]. Ripeto Metraglia, termine tecnico, di comune uso e legittimo tra i nostri soldati, i quali lasciano come stanno in altro senso le voci Scaglia, Cartoccio, e simili. Le quali voci, tuttochè nitide ed eleganti, non esprimono il concetto della voce Metraglia, cioè quella quantità collettiva di pallette, di ferro battuto, di numero e peso determinato, che si mettono insieme nel pezzo per battere il nemico con molti projetti ad ogni tiro. La voce è registrata dal Grassi, e dal Fanfani; ed ha esempî del Colletta, del Giordani, e di più altri. Il Guerrazzi[11] ha voluto scrivere coll'i, Mitraglia; ed a punto per questa mitra, calcata infino agli occhi, non ha potuto vederne l'etimologia; ed ha lasciato che altri la supponesse di origine francese; laddove il Gassendi e lo Jal (francesi ambedue), ce la rimandano qua, facendola derivare dal latino Mittere[12]. Anzi meglio (per la desinenza non latina, ma tutta propria della lingua italiana, in aglia) possiamo noi ridurla al verbo Mettere, come a dire Metteraglia; la qual voce, al pari delle nostrane Pedonaglia, Nuvolaglia, ed altrettali, esprimono l'accozzaglia di più oggetti simili, messi insieme a formare un tutto collettivo: e così Metraglia per una certa quantità di projetti simili messi insieme, come se fossero un projetto solo. L'Angelucci ha pubblicato un documento, dove è scritto precisamente Mettraglia[13]. Dunque questa sarà etimologia ragionevole, e voce necessaria per esprimere cosa diversa dalla Scaglia in tritumi, dalle Ghiande allungate, dalle Pallette elementari, e dai Grappoli tropologici; e così per distinguere il contenente dal contenuto; cioè i projetti dalle Ceste, Lanterne, Cuffie, Cartocci, Sacchetti, e Tonnelli che li contenevano, secondo le espressioni spesso ricordate con lodevole proprietà anche dagli antichi bombardieri.
IV.
IV. — Con tanti armamenti, e con sì larghe promesse dei principali sovrani della cristianità, pareva che si sarebbero fatte imprese segnalate in Oriente contro i Turchi nell'anno presente. Luigi XII, re di Francia e signore di Genova, aveva allestito grossa e bella armata di galere e di navi, sotto la condotta del conte Filippo di Cleves Ravenstein: ma costui senza intendersi nè coi Veneziani, nè col Legato di Rodi, entrato nell'Arcipelago, fece soltanto le viste di mettersi in guerra contro la casa ottomana; assaltò Metellino, dètte batteria senza profitto, e rese il bordo a ponente, perdendo nel viaggio la nave ammiraglia, dove esso stesso navigava; e poco dopo un altro de' suoi maggiori vascelli, con quasi tutta la gente[14].
Similmente l'armata di Ferdinando, detto il Cattolico, re di Spagna, prese le vie di levante sotto il governo di Consalvo di Cordova, chiamato il gran Capitano. Questi si unì co' Veneziani alla Cefalonia, dove l'armata di san Marco e le fanterie sbarcate in terra stringevano di assedio il castello principale dell'isola; e là ostentò le stesse apparenze, tiri di cannoni, scorrerie di soldati, assalti di marinari. Se non che poco si trattenne, e sempre sur un'àncora di leva, pronto a salpare e a volgersi indietro, secondo le secrete istruzioni della sua corte. Perciò non mette conto confutare quei pochi che, seguendo il Giovio, gli attribuiscono fatti stupendi e specialmente una mina colla polvere da bombarda[15]. Piaggerie gioviali, di che non fanno motto i contemporanei, nè gli storiografi ufficiali di Venezia e di Spagna[16].
Filippo e Consalvo sotto il vessillo della santa crociata coprivano biechi intendimenti: non a danno dei Turchi, sì dei Cristiani, dei parenti, degli amici, tramavano insidie[17]. Essi maneggiavano doppio trattato: fingere la guerra contro i Turchi, distendere nello Jonio grandi forze, addormentare Federigo re di Napoli, coglierlo alla sprovvista, cacciarlo dal trono, e dividersi il Regno. Alla Francia, Napoli, Terra di Lavoro ed Abbruzzi; alla Spagna, Calabria e Puglia. Le due armate navali, nel momento convenuto, dettero dentro a sostenere gli eserciti di terra, presero ogni cosa, cacciarono il Re, fecero gazzarra. Ma poi, nata questione a chi dei due si dovesse la Capitanata, si azzuffarono tra loro intorno alla preda: e dopo molti scontri finalmente i Francesi colla peggio furono al tutto cacciati dal Regno, e le due Sicilie per tre secoli restarono provincie di Spagna. Quando riscontro nelle storie sì fatte vergogne, imposture, tradimenti e soperchierie, resto allibbìto. Non dico di più: stimo i miei lettori, e son certo della loro virtù nel patire e nel tacere[18]. Ne avrem bisogno, e andiamo innanzi.