Erano le due, l'ora nella quale gli altri giorni venivano a chiamarlo per recarsi ai suoi giri d'ispezione. Uscì, scese nel cortile, ma la vettura non c'era ad aspettarlo, non c'erano i gentiluomini che lo accompagnavano, nulla, nessuno. «Perchè?» Il cortile era insolitamente deserto. Sul terrazzo del primo piano passarono due gentiluomini parlando sommessamente fra loro, quando videro Perelà si ritirarono presto, probabilmente si appostarono dietro una finestra per spiare. Egli non sapeva se doveva tornarsene indietro, risalire e rinchiudersi nelle sue stanze, od uscire; rimase lungamente perplesso, poi la luce, il sole, il turchino, lo attraevano tanto da dover fare forza verso la terra per tenercisi sopra. Infilò l'atrio della reggia e fu al portone. Le sentinelle lo guardarono di sbieco e lo lasciarono uscire senza un cenno. Non lo avevano salutato. O se sempre lo salutavano, gli presentavano le armi come ai generali! Che cosa era avvenuto, perchè non lo avevano salutato? Perchè lo lasciavano uscire? Perchè nessuno gli diceva nulla; che almeno egli avesse saputo quello che doveva fare, come doveva contenersi.
Uscì. Poche persone erano a quell'ora sulla via ed egli potè giungere alla porta della città quasi senza essere visto.
Nella reggia era stato spiato ogni suo movimento, e questa uscita, mentre indispettì alcuni, piacque a molti. Egli si dileguava, partiva per non ritornare mai più, tutto sarebbe stato salvo senza ricorrere a violenze.
Ma c'erano quelli che volevano spiegazioni, volevano far giustizia, egli in certo modo la passava troppo liscia a questo modo. Il bravo signorino se la cavava a buon mercato davvero, troppo a buon mercato. Bisognava trattenerlo e punirlo. Chi sa che da lontano non potesse nuocere al paese ugualmente, e magari di più? Dove andava? A fare altre vittime altrove di sicuro. A seminare fumo in altre contrade. A burlarsi di altri uomini. Bisognava fargli subire un processo e dargli la pena che si meritava, così e non altrimenti si doveva fare. Ora egli era libero e si rideva un'ultima volta dei beati minchioni che aveva tanto bene saputo corbellare fino dal primo giorno ch'era comparso.
Da un'altra parte si diceva invece che era meglio se ne fosse andato zitto zitto colla coda fra le gambe, egli non avrebbe potuto nuocere più ad alcuno dacchè tutti erano in guardia contro di lui, invece a mettersi in guerra chi sa come poteva andare a finire. Che bestia era mai quella? Da dove era venuto fuori? Non si sapeva con chi si aveva a che fare precisamente era un miracolo del cielo che se ne erano liberati tanto per le spicce. In fondo questo andarsene pacifico dimostrava che se anche Perelà era un diavolo, era un buon diavolo, di quelli che nuociono con una certa discrezione.
E per tutta la giornata non si fece che dire «torna torna, state quieti, torna» «non torna, non torna, state quieti, non torna».
Ma bisognava incominciare a divulgare la notizia, e furono sparsi per la città i soffioni: domestici della reggia, gentiluomini, soldati, per preparare il popolo. Chi andò dal tabaccaio mentre sceglieva dei sigari si lasciò sfuggire qualche parola, chi si lasciò sfuggire qualche parola mentre si trovava in una trattoria a mangiare, o a bere in caffè, chi andò a porgere ossequi ad una gentildonna, tutti nel proprio grado informarono. Le bocche per la gente della strada e dei negozi, i telefoni per le signore e gli uomini di affari, in un'ora tutti sapevano che Perelà era vivamente sospettato della morte di Alloro, e che prima che il Re comandasse un processo era fuggito per una porta dei sotterranei. Ci fu chi disse che era uscito dalla finestra, chi disse che passando dinanzi al dragone alla porta della reggia il dragone non lo avesse visto accanto a sè, nessuno lo avesse visto, e che quest'uomo in certe circostanze aveva uno strano prestigio di cambiarsi in ombra, e che specialmente alla luce del sole non c'era più modo di scorgerlo, e che taluno vi avrebbe potuto benissimo intoppare per la via senza avvedersene. Quello che fu detto è impossibile qui riportare. Si è presso a poco inteso quali forti impressioni ne riportarono i più eminenti uomini dello stato nel loro consiglio d'urgenza, questo ci faccia lontanamente comprendere che cosa poterono dire, tutte quelle femmine femminelle e comari, già di per sè impressionabilissime, che si radunano agli usci delle case, e quello che fu detto nei varî negozi di tabaccaio o di parrucchiere o di farmacista, nei caffè, nelle trattorie, e presso i portinai.
— Però — ripetevano tutti — se alla corte lo si suppone colpevole, perchè lasciarlo andare tranquillo a questo modo? I colpevoli devono essere puniti.
Ciò venne subito ripetuto a corte, l'opinione pubblica prendeva nel suo corso questa piega che dispiaceva lassù, e d'altra parte non si voleva neanche confessare che si preferiva cavarsela senza agire direttamente su quel tipo supposto in possesso di poteri ignoti di fronte ai quali la corte, con tutte le sue scorte a piedi e a cavallo, non sapeva come contenersi.
Ma per buona fortuna, senza sapere quale fosse la sorgente della buona idea l'opinione pubblica dette ragione alla corte. Sì sì, era meglio lasciarlo andare, non valeva la pena mettersi in urto con lui, era meglio trattarlo alla leggera. Sembra che un famoso cicalone abbia detto di essere venuto a conoscere tutto il segreto per certe sue strette attinenze con persone influentissime alla reggia. Egli raccontava che la mattina all'alba era stato tentato il taglio della testa al colpevole, ma chela lama gli era passata da una parte all'altra del collo senza scomporlo minimamente. Quando gli astanti lo hanno visto alzarsi e camminare colla sua testa intatta sopra il collo sono rimasti così inebetiti.... così inebetiti... che non hanno avuta più la forza di trattenerlo, ed egli uscì liberamente.