Quando ero bambina, la notte, nel giardino di un mio buon avo, facevo cercare tutti i rospi e ad ognuno versavo sulla groppa una buona quantità di spirito o di benzina, poi con un fiammifero li accendevo, e li lasciavo così liberi di correre e di saltare. Le povere bestiole saltavano accese, e si vedevano per tutto il giardino tutte queste fiammelle....

Più il fuoco arrivava la loro pelle e più i salti divenivano giganteschi; io rideva!... rideva!... signor Perelà.... rideva....

Il mio buon avo morì, ed io non andai più in quel giardino, ma tanti bravi giovinotti vollero continuare intorno a me lo spettacolo dei rospi fuori del giardino.

Ed ora osservatemi signor Perelà, io poso le mie cinque dita così, sull'anca sinistra morbidamente (siamo ad un ballo o ad un thè), ho scorto dietro a me un giovane che non conosco e che da alcuni minuti mi fissa, mi segue senza battere ciglio. I suoi occhi vanno poco a poco ingrossandosi, voi potreste giurare che fra dieci o quindici minuti essi esorbiteranno addirittura. Io continuo a parlare distrattamente con la mia buona amica. Sollevo dall'anca le cinque dita e con tutte e due le braccia mi appoggio alla spalliera di una sedia un po' bassa, così, accavallo morbidamente le gambe, così. La mia veste che sarà.... di un morbidissimo raso nero o di velluto, attillata, mi avrà cinta e seguìta in ogni movimento, come la pelle di una foca. Ma più ancora della veste mi avrà seguita collo sguardo quel bravo giovinotto dietro a me. Dategli un'occhiata, vedrete ch'egli ha preso la più perfetta aria ebete che prender si possa. Ad un certo punto egli si porta una mano alla fronte, tutto rosso, fradicio di sudore. Ci siamo. Io m'alzo repentinamente e vado con tutte e due le mani a raccogliere alcuni capelli che sento sparsi giù sulla nuca e per il collo, così.... così. Il giovine, guardatelo, non può più contenersi. Mi volgo, striscio i miei occhi su di lui rapidissimamente, e vado ad appoggiarli laggiù nel fondo della sala, dove ci sarà senza dubbio un'altra mia carissima amica alla quale sorrido dando alle mie labbra ondulazioni particolari. Nove su dieci, signor Perelà, quell'uomo si farà presentare a me, accerchierà la mia casa, riuscirà ad introdurvisi, mi soffocherà di biglietti, di fiori, farà la sua squilibratissima dichiarazione di folle amore, andrà sull'orlo del solito suicidio, concluderà con un viaggetto a Montecarlo. Io non tradisco mio marito. È forse vero che di tutte le donne del nostro regno sono la più bella? Dunque la più assediata e tormentata dai signori uomini, e notate, con un'aspettativa che è doppia, tripla, quadrupla, di quella ch'essi hanno per tutte le altre. Il giorno che io mi concedessi ad uno, non potendo in fondo dargli che tutto quello che gli hanno dato le altre prima di me, finirei per concedergli una grande delusione; e dopo correrebbe sulle bocche di tutti che le donne belle o brutte alla fine dei conti si assomigliano. Questo sarebbe assai poco piacevole per me, ne convenite signor Perelà?


La Principessa Nadina Giunchi Del Bacchetto.

— Illustre signore e mie povere amiche, io mi rifiuto recisamente, non solo di dire alcunchè della mia vita, ma solo di rivolgere la parola a cotesto essere che voi avete con tanta premura raccolto. Io sono nauseata dalla sua presenza, e assai più dal vostro contegno.

— Uh!

— Mia cara tu commetti la più immensa villania verso di lui e verso di noi tutte!

— E tradisci l'ordine del Re!