Quando era nel monastero venivo assalita da crisi violentissime di brividi perturbatori che si partivano dalle mie calcagna e mi serpeggiavano dentro tutte le ossa, aggrappandomisi al collo in volute vertiginose solo ch'io immaginassi che un uomo potesse vedere uno dei miei polsi o un po' del mio collo. Non vi dico poi il resto. Oh! Come io nacqui vestita! Usavo nel monastero indossare gli abiti monacali e mi cingevo la faccia di bende fino sopra le palpebre e quasi fino al labbro inferiore, e calavo un velo nero foltissimo sul viso se uno doveva rivolgermi una parola sola. Portavo sempre anche i guanti.
Quando mi tolsero dal monastero mi consegnarono quindicenne nelle braccia del mio fidanzato, il tenente Liccio. Quello che io provai durante le pratiche amorose non potrei in alcun modo descrivervi; il mio fidanzato, afferrato il mio temperamento, mi fece salire la scala un gradino alla volta sempre in preda a queste vertigini per il mio eccessivo pudore. Egli doveva violentarlo giorno per giorno cogli atti, colle parole, cogli sguardi, e mano mano che si stendeva l'abitudine sopra un passo già fatto egli provava un passo ancora.
Quando fummo sposi egli dovè praticare mesi e mesi per ottenere quello che tutti gli altri mariti ottengono dalla propria moglie il giorno stesso delle nozze. Solamente l'abitudine mitigava questa mia ipersensibilità pudica.
Io nacqui rivestita da almeno mille mantelli, leggeri, impalpabili, e all'unico scopo di rimanere alla fine nuda del tutto.
Il matrimonio per i primi anni ebbe tanti di quei mantelli da togliermi che le mie ore passarono sempre più nuove, agitatissime, sempre più interessanti e angosciose. Venne un giorno però che fatta già l'abitudine sull'ultimo passo fatto, e io desideravo già l'avvicinarsi del nuovo, mio marito non seppe levare quel giorno di dosso a me un nuovo mantello, ed io di quei mille che vi ho detto sentivo di averne ancora sopra almeno novecento. Fece ogni sforzo, il poverino, ma non riuscì a spingersi oltre. Egli non sapeva fare di più, i suoi mantelli forse finivano lì, era ormai nudo del tutto, ed io, ed io che me ne sentivo addosso ancora tanti!
Quelli che prima portavo insensibilmente, leggeri, impalpabili, che mi ero lasciata strappare con tanta dolce sofferenza, ora mi pesavano, oh, mi soffocavano, come centinaia di cappe di piombo.
Un giorno, prendevamo il caffè, mentre mio marito mi faceva di quei soliti oramai inutili complimenti, l'attendente era lì per non so quale servizio, io mi lasciavo carezzare le mani e la fronte, fredda, insensibile, ebbi la visione e il gesto risoluto che poteva liberarmi da mi nuovo mantello e forse da molti più! Corsi a chiudere la porta a chiave, e mi adagiai sul sofà trascinando mio marito per una mano, i miei occhi tornarono quelli di qualche tempo prima, egli comprese. Quello che io ho sofferto in quel giorno, quali spasimi crudeli, quali brividi di morte, l'attendente corse all'uscio ma non potè uscire, allora si pose in un cantone con due occhi quasi lagrimosi, e guardò, guardò come un ebete sino alla fine. E io soffrivo, soffrivo tutte quelle brividure terribili che mi scuotevano e mi liberavano, come un serpente dalla veste, ogni istante da un nuovo mantello. Mio marito pregò sempre dipoi l'attendente, il buono ed ingenuo campagnolo si prestò, prima confuso, poi più disinvolto, poi scaltro, i suoi sguardi divenivano sempre più maliziosi, egli incominciava a sorridere, a sottolineare con gesti impercettibili la nostra scena, poi con gesti arguti, osceni, parole oltraggiose, grida infami al mio indirizzo, ed io lo fissavo avida, attratta, occupata solo di lui dal quale attingevo tutta la mia indispensabile vergogna.
Ma il buono e semplice giovinotto ebbe anch'esso un termine, ed io incominciai nuovamente a sentire sopra di me il peso di tutti i rimanenti mantelli.
Fu poi un amico di mio marito, un giovane tenente. Egli stava alla finestra leggendo il giornale, fumando una sigaretta, volgendosi di tanto in tanto. Quegli occhi! Mi sentivo cadere cadere giù i mantelli divenuti scarlatti di orrore. Poi anche l'amico gentile esaurì le sue possibilità, ed un giorno furono due....
Signor Perelà, io sento che addosso a me ancora tanti ce ne sono di questi orribili indumenti, e penso con terrore alla maniera di liberarmene, il loro peso ogni giorno aumenta, e mi sento schiacciare soffocare sotto il mio insopportabile vestito di pudore.