[188] Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)

[189] NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].

[190] Prima scrisse: Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)

[191] Prima: Nibbiotto. (Ed.)

[192] Prima: Schioppettino. (Ed.)

[193] Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)

[194] Qui seguita a raccontare il viaggio d'Agnese, la sua andata al convento in cerca del Padre Cristoforo, e come il conte zio fosse riuscito a farlo andare da Pescarenico a Palermo. Nella seconda minuta e nel testo definitivo invece lo fa andare e Rimini. Ecco un saggio di quello che scrive nella prima minuta: «Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio. Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto. Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno senza suo profitto. Giunta vicino a casa, v'andò, quanto più celatamente potè, per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata, che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata, che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo e prese la via del convento. Tutta ansiosa si fece alla porta e tirò il campanello, al suono del quale ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta e spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio e magro frate portinajo, con la barba bianca sul petto, che dice:

—Chi cercate, buona donna?

—Il Padre Cristoforo.

—Non c'è.