—Ma voi, disse la Signora, rivolta repentinamente a Lucia,—voi che dite di codesto signore? A voi tocca a dirci se egli era un persecutore, e se aveva gli artigli sozzi.—

—Signora, madre, illustrissima, balbettò Lucia, che sarebbe stata confusa a dover rispondere su questa materia, quando pure l'inchiesta le fosse venuta da una persona sua pari e conosciuta. Ma Agnese venne in soccorso,—Illustrissima signora, diss'ella, ella parla troppo alto per questa povera figliuola. Ma io posso far testimonio che la mia Lucia aveva in orrore colui, come il diavolo l'acqua santa; voglio dire, il diavolo era egli; ma ella mi compatirà se parlo male, perchè noi siam gente come Dio vuole; del resto, questa povera ragazza aveva un giovane che le parlava, un nostro pari, timorato di Dio, e bene avviato, e se il signor curato avesse avuto un po' più di giudizio; so che parlo d'un religioso, ma il Padre Cristoforo, amico intrinseco qui del Padre Guardiano, è religioso al pari di lui e davvantaggio, e potrà attestare...

—Voi siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata, disse la Signora, dando sulla voce ad Agnese.—Non so che fare dei parenti che rispondono pei loro figliuoli.—Agnese voleva aprir bocca, ma la Signora, con tuono ancor più brusco, riprese:—Zitto, zitto; le vostre parole non servono a nulla.—Così dicendo, il suo aspetto prendeva sempre più un non so che di sinistro, di feroce, che quasi faceva scomparire ogni bellezza, o almeno la alterava, di modo che chi avesse osservato quel volto in quel punto ne avrebbe conservata una immagine disgustosa per sempre. I suoi guardi erano fissi sopra Agnese, torvi e sospettosi, come se cercassero a raffigurare un nemico. E continuò:—Voi fate conto forse, che perchè io son qui rinchiusa, fuori del mondo, senza esperienza, mi si possa dare ad intendere qualunque cosa. Povera donna! Appunto perchè son qui, sono men facile ad essere ingannata su certe materie. Certo lo sposo che i parenti destinano ad una figlia è sempre un uomo compito, e il monastero dove la vogliono rinchiudere è così allegro! in così bella situazione! così tranquillo! è un paradiso! Poveretti! portano invidia alla loro figlia; vorrebbero anch'essi ritirarsi in quel porto di pace, ah! a far vita beata, ma..... pur troppo son legati nel mondo. Scusi il mio caldo, Padre, ma ella sa meglio di me, almeno ella deve saper troppo bene come vanno queste cose, la menzogna la più imperterrita, la più persistente, la più solenne è quella che sta sul labbro di colui che vuole sagrificare i suoi figli, e far loro violenza. Questi sono i peccati contra i quali si dovrebbe predicare: a costoro bisognerebbe minacciare l'inferno.—

A queste parole, la Signora si pose a sedere, tutta turbata, ed ognuno si sarebbe avveduto che un pensiero, che i discorsi di Agnese avevan fatto nascere, dominava allora la sua mente, e che gli affari di Lucia non erano che un oggetto di considerazione secondaria.

Agnese intanto rimproverava alla figlia che il suo non saper parlare le avesse tirata addosso questa tempesta; il Guardiano voleva pure animar Lucia a parlare, ma questa, animata già dalla circostanza, si avvicinò alla grata e in tuono modesto, ma sicuro, disse:—Reverenda signora, quanto le ha detto la mia buona madre è la pura verità. Il giovane che mi parlava, e qui arrossò, lo sposava io... di mio genio; mi perdoni se parlo da sfacciata, ma è per difendere mia madre: e quanto a quel signore...

—Buona fanciulla, interruppe la Signora, con voce raddolcita—credo un po' più a voi, ma non vi credo ancora del tutto[130]. Vi ha due linguaggi che si somigliano; quello che parte dal fondo del cuore, e quello d'una figlia oppressa, che dice il falso per terrore, e protesta di amare ciò ch'ella abborre più al mondo. Voglio sentirvi da sola a sola. Padre Guardiano, se ella conoscesse per testimonianza degli occhi suoi i casi di questa giovane, certo ch'io non istarei ora in dubbio: ma ella non li conosce che per relazione: e per me, piuttosto che servire alla violenza fatta ad una povera giovane...

—Il Padre Cristoforo, disse il Guardiano, che mi ha posto nelle mani questo affare, è uomo tanto oculato, quanto lontano dal favorire una violenza, ed alla sua asserzione io credo quanto ai miei occhi. Stimo però cosa molto savia, che la Signora illustrissima esamini col suo senno consumato questa faccenda, e spero che l'esame, mostrandole la verità dell'esposto, la determinerà ad accordare il suo appoggio a questa famiglia perseguitata.

—Lo spero, rispose la Signora, con una placidezza garbata, e come desiderosa di far dimenticare il trasporto passato: lo spero, e quel poco ch'io potrò fare prego il Padre Guardiano di attribuirlo in gran parte alla sua intromissione. Per ora ecco quello che mi sovviene di poter fare. La fattora del monastero ha collocata da pochi giorni l'ultima sua figliuola. Questa giovane potrà occupare la stanza abbandonata da quella, e supplire ai pochi servizi ch'ella faceva. Ne parlerò colla madre Badessa, ma da quest'ora le do la cosa per fatta, sempre che Lucia ne sia contenta.—Il Guardiano proruppe in ringraziamenti, che la Signora troncò gentilmente, ma lasciando però capire ch'ella faceva assegnamento sulla riconoscenza dei cappuccini. Chiamò quindi una delle monache che le facevano da damigelle, e datole le opportune istruzioni, disse ad Agnese che andasse alla porta del chiostro, per intendersi colla monaca e colla fattora, e per andar quindi a disporre l'alloggio che sarebbe destinato a lei ed a Lucia. Il Padre si congedò, promettendo di ritornare ad informarsi della decisione: le tre donne furono tosto a consulta, e Lucia rimase sola con la Signora a subire l'esame[131].

Le parole della Signora nel colloquio che abbiamo trascritto non annunciavano certamente un animo ordinato e tranquillo; eppure ella s'era studiata in tutto quel colloquio per comparire una monaca come le altre. Ma quando ella si trovò sola con Lucia, ella si studiava tanto meno, quanto meno temeva le osservazioni di una giovane forese, di quelle d'un vecchio cappuccino. Quindi i suoi discorsi divennero sì stranj, per una monaca singolarmente, che prima di riferirli è necessario raccontare la storia di questa Signora, e rivelare le passioni e i fatti che renderanno tale il suo linguaggio.

Questi fatti sono tristi e straordinarj, e per quanto a quei tempi, di funesta memoria, fossero comuni, molte cose che sarebbero portentose ai nostri, l'autorità di un anonimo non avrebbe bastato a farci prestar fede a quello che siam per narrare: frugando quindi, per vedere se altrove si trovasse qualche traccia di questa storia, ci siamo abbattuti in una testimonianza, la quale non ci lascia alcun dubbio. Giuseppe Ripamonti, canonico della Scala, cronista di Milano, etc. scrittore di quel tempo, che per le sue circostanze doveva essere informatissimo, e negli scritti del quale si scorge una attenzione di osservatore non comune, e un candore quale non si può simulare, il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviremo anzi delle notizie ch'egli ci ha lasciate per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve crear una impressione d'opposto genere e consolante. Avremmo, dico, lasciato di pubblicare tutta questa storia, e ciò per non offendere coloro ai quali il rimettere nella memoria degli uomini certe colpe già pubbliche, ma dimenticate, quando non siano terminate con un grande esempio, o con un gran pentimento, sembra uno scandalo inutile, comunque uno le esponga. Senza esaminare il valore di questo modo di sentire, noi lo avremmo rispettato, quando ciò non costava altro che di sopprimere un libro. Che se poi altri volesse censurare queste scuse come inutili, e ci accusasse di cader sempre in digressioni, che rompono il filo della matassa e fermano l'arcolajo ad ogni tratto, egli obbligherebbe chi scrive a fare una altra digressione, e a rispondergli così: Il manoscritto unico, in cui è registrata questa bella storia degli sposi promessi, è in mia mano: se la volete sapere, bisogna lasciarmela contare a modo mio: se poi non vi curaste più che tanto di sentirla, se il modo con cui è raccontata vi annojasse, giacchè dagli uomini si può aspettar qualunque eccesso; in questo caso chiudete il libro, e Dio vi benedica.