Dato quest'ordine, pensò se dovesse pigliar seco una scorta; e oh! via, disse, per dei preti e dei contadini? Vergogna! Se ci sarà alcuno che non mi conosca non avrà nulla da dirmi; per quelli che mi conoscono...!
Così il Conte solo, ma tutto armato, uscì dal castello, scese l'erta e giunse nella via pubblica, la quale brulicava di viandanti; la turba cresceva ad ogni istante: a misura che la fama del Cardinale arrivato si diffondeva di terra in terra, tutti accorrevano. Ma in quella via affollata, il Conte camminava solo: quegli che se lo vedevano arrivare al fianco, s'inchinavano umilmente, e si scostavano come per rispetto, e allentavano il passo per restargli addietro: taluno di quegli che lo precedevano, rivolgendosi a caso a guardarsi dietro le spalle, lo scorgeva, lo annunziava sotto voce ai compagni, e tutti studiavano il passo per non trovarglisi in paro. Giunto al villaggio, sulla piazzetta, dov'era la chiesa e la casa del Parroco, trovò il Conte una turba dei già arrivati, che aspettavano il momento in cui il Cardinale entrasse nella chiesa per celebrare gli ufficj divini. E qui pure tutti quelli a cui si avvicinava, svignavano pian piano. Il Conte affrontò uno di questi prudenti in modo che non gli potesse sfuggire e gli chiese bruscamente, come annojato che era di quel troppo rispetto, dove fosse il cardinale Borromeo. È lì nella casa del curato, rispose riverentemente l'interrogato. Il Conte si avviò alla casa fra la turba, che si divideva come le acque del Mar Rosso al passaggio degli Ebrei, ed entrò sicuramente nella casa. Quivi un bisbiglio, una curiosità timida, un'ansia, un non saper come accoglierlo. Egli, rivolto ad un prete, gli disse che voleva parlare col Cardinale, e chiedeva di essergli tosto annunziato. Il prete, che era del paese, fu contento d'avere una commissione del Conte per allontanarsi da lui, e riferì l'ambasciata ad un altro prete del seguito del Cardinale. Quegli si ritirò a consultare coi suoi compagni; e finalmente, di mala voglia entrò, per dire a Federigo quale visita si presentava.[221]
VII.
Perchè non duri viva e grande la fama letteraria di Federigo Borromeo.
È cosa degna di maraviglia e di osservazione che il nome di un tal uomo [il cardinal Federigo Borromeo], già ai nostri tempi, in una posterità così poco remota, sia non dirò dimenticato, ma certo non ripetuto così sovente come si fa degli uomini più illustri; che a questo nome sia appena associata una idea languida d'un merito incerto, d'una eccellenza indeterminata; che questo nome pronunziato fuori della patria di Federigo e della società di quelli che più particolarmente si applicano alle cose nelle quali egli fu attore, o passi inavvertito, o riesca anche nuovo, e invece di risvegliare la memoria di una rara preeminenza faccia nascere la curiosità di sapere che abbia fatto colui che lo portava, e che l'elogio che noi vi abbiamo unito abbia avuto bisogno di schiarimento e di prove. E forse ancor più stupore deve nascere al pensare che un uomo dotato di nobilissimo ingegno, avido di cognizioni, perseverante nello studio, sommamente contemplativo, e nello stesso tempo versato nelle società più varie degli uomini, e attore in affari importanti, abbia posta ogni cura nel comporre opere d'ingegno, ne abbia lasciato un numero che lo ripone fra i più fecondi e i più laboriosi; e che queste opere d'un uomo, che aveva tutti i doni per farne d'immortali, non sieno ora quasi conosciute che dai loro titoli, nei cataloghi di quegli scrittori che tengono memoria di tutto ciò che è stato scritto in un tempo in un paese. Ma la spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nella condizione dei tempi in cui scrisse Federigo. A produrre quelle parole o quei fatti, che rimangono presso ai posteri oggetto di una ammirazione popolare, non basta la potenza di un ingegno, nè la costanza di una volontà: è d'uopo che queste facoltà possano esercitarsi sopra una materia la quale abbia da se qualche cosa di splendido, di memorabile: gli uomini di tutte le età rimasti insigni giunsero a quel grado di fama, o accompagnati da una folla d'uomini non insigni com'essi, ma pure partecipi dei loro studj, curiosi delle stesse cognizioni, ornati in parte della stessa coltura: o almeno combattendo contra errori, abitudini, idee, che avessero qualche cosa d'importante, di problematico in quelle dottrine che sono un esercizio perpetuo dell'intelletto umano, trovarono insomma una massa di notizie e di opinioni, un complesso di coltura, sul quale fondarsi, dal quale progredire, al quale applicare gli aumenti e le correzioni per cui la memoria del genio rimane. Che se pure è viva tuttavia la fama e le opere di uomini vissuti in tempi rozzissimi, lo è perchè quei tempi erano sommamente originali, e quelle opere conservano il carattere e mostrano ai posteri un ritratto osservabile d'una età che nessuna altra cosa potrebbe rappresentarci. Ma Federigo Borromeo visse in tempi di somma universale ignoranza, e di falsa e volgare scienza ad un tratto, fra una brutalità selvaggia ed una pedanteria scolastica, in tempi nei quali l'ingegno, che, per darsi alle lettere, a qualunque studio di scienza morale, cominciava (ed è questa la sola via) ad informarsi di ciò che era creduto, insegnato, disputato, a porsi a livello della scienza corrente, si trovava ingolfato, confuso in un mare tempestoso di assiomi assurdi, di teorie sofistiche, di questioni alle quali mancava per prima cosa il punto logico, di dubbj frivoli e sciocchi, come lo erano le certezze. Non v'è ingegno esente dal giogo delle opinioni universali, e già una parte di queste miserie diventava il fondamento della scienza degli uomini i più pensatori. Che se anche i più, anche i più acuti, profondi fra essi, avessero veduta e detestata tutta la falsità e le cognizioni di quel sapere; avessero potuto sostituirgli il vero, giungere al punto dove si trovano le idee e le formole potenti, solenni, perpetue: a chi avrebbero eglino parlato? E chi parla lungamente senza ascoltatori? Il genio è verecondo, delicato e, se è lecito così dire, permaloso: le beffe, il clamore, l'indifferenza lo contristano: egli si rinchiude in sè e tace. O per dir meglio, prima di parlare, prima di sentire in sè le alte cose da rivelarsi, egli ha bisogno di misurare l'intelligenza di quelli a cui saranno rivelate, di trovare un campo dove sia tosto raccolta la sementa delle idee che egli vorrebbe far germogliare: la sua fiducia, il suo ardimento, la sua fecondità nasce in gran parte dalla certezza di un assenso, o almeno di una comprensione, o almeno di una resistenza ragionata. Veggansi, per esempio, le opere di eloquenza di due sommi ingegni, vissuti in circostanze ben diverse nella età posteriore a quella di Federigo, Segneri e Bossuet. Veggasi quali idee, quale abitudine di linguaggio, quali pregiudizj anche suppongano le orazioni funebri di questo negli ascoltatori di quelle; veggasi dalle prediche del Segneri che opinioni egli doveva distruggere, in che sfera d'idee egli doveva attignere i suoi mezzi, le sue prove, per persuadere quegli ingegni, a quali costumanze egli doveva alludere; nella differenza dei due popoli ascoltanti è certamente in gran parte la spiegazione della somma distanza fra le opere di due ingegni ognuno dei quali era grande.
Prima che un popolo il quale si trova in questo grado d'ignoranza possa produrre uomini per sempre distinti, è d'uopo che molti sorgano a poco a poco da quella universale abiezione, che riportino su gli errori, su la inerzia comune molte vittorie d'ingegno difficili, e che saranno dimenticate; che attirino con grandi sforzi le menti a riconoscere verità che sembrano dover essere volgari, che preparino agli intelletti venturi una congerie d'idee, delle quali o contra le quali si possano fare lavori degni di osservazione; e che finalmente col progresso, con la esattezza, con la fermezza e perspicuità delle idee migliorino a poco a poco il linguaggio comune, dimodochè i sommi ingegni possano avere uno strumento che renderanno perfetto, ma che pure hanno trovato adoperevole, possano, per quell'istinto d'analogia che ad essi soli è concesso, arrivare a quelle formole inusitate, ma chiare, ardite, ma sommamente ragionevoli, con le quali sole possono vivere i grandi pensieri. Questo fa d'uopo; ovvero che la coltura più matura, più perfezionata d'un altro popolo venga ad educare quello di cui abbiamo parlato.
Allora gl'ingegni singolari, attirati dalla luce del vero, da qual parte ella si mostri, si levano dalla moltitudine dei loro concittadini, e tendono al punto che essi scorgono il più alto. Cominciano allora le ire di molti e i lamenti di altri contra l'invasione delle idee barbare, contra la dimenticanza delle cose patrie, contra la servilità agli stranieri, contra il pervertimento del linguaggio e del gusto; e non si può negare che queste ire e questi lamenti non atterriscano alcuni, e non gli contristino a segno di far loro abbandonare la via di studio intrapresa; giacchè fargli ritornare al falso conosciuto è cosa impossibile. Ma v'ha pure di quegli ingegni ai quali è, per così dire, comandato di fare; e questi, tenendosi in comunicazione con un'altra età, o con un'altra società d'uomini, dicono ai loro contemporanei cose che questi ascoltano da prima con disprezzo e con indifferenza, quindi in parte pure con qualche curiosità quando la fama viene dallo straniero ad avvertirli che fra loro v'è uno scrittore, imparano un poco mal loro grado, e sono poi quasi tutti concordi sul merito dello scrittore quand'egli ha dato l'ultimo sospiro.