Il Tommaseo a mano a mano andò temperando e modificando quel severo giudizio, e quando nel '43 ristampò ne' suoi Studi critici il vecchio articolo dell'Antologia molto vi tolse, non solo per condensar meglio il pensiero, ma anche per renderlo meno aspro e meno reciso[77]. V'aggiunse un accenno alla lingua adoperata dal Manzoni ne' Promessi Sposi; punto che fin allora non aveva toccato altro che in una lettera confidenziale a Cesare Cantù, scritta da Parigi l'11 gennaio del '37. Gli dice: «Godo che il Manzoni pensi a ristampare il romanzo, egli stesso; e tanto meglio se con mutazioni e con giunte. Non ponga indugio; non badi a' suoi scrupoli troppi, nè agli sdottoramenti dei consiglieri immancabili, de' quali è provveduto appunto chi non ne ha bisogno. Lasci stare ogni cosa, muti solo qualche parola o qualche modo, se vuole: e anche questo con carità, senza spellare vivi quel Renzo e quella Lucia»[78]. Le parole aggiunte al vecchio scritto son queste: «Nella dicitura senti meditazione e cura continua. Io non dirò se per tal cura Manzoni sia giunto a veramente italiana proprietà di linguaggio e snellezza di stile: ma certo è che ne' modi lombardi e francesi o non acconciamente toscani della prima stampa, quanto nelle docili e felici (sebbene non sufficienti) correzioni della stampa recente, è copia grande d'ammaestramenti agli amatori dell'arte»[79]. Il primo giudizio nella sostanza non lo mutò mai. Già vecchio, a un amico, che voleva scrivere intorno a' Promessi Sposi dava per consiglio: «Com'egli» [il Manzoni] «senta e ritragga la natura visibile è altresì da notare; il cielo, i monti; gli alberi, le acque; i suoni, i colori; se non che alla freschezza del sentimento e alla maestria dello stile, in quanto lo stile è concetto, non direi corrispondere sempre, anzi di rado, la freschezza e franchezza dello stile in quant'è lingua e armonia». Poi soggiungeva: «All'arte proprio direi, che nell'esame di tale lavoro non sia da dare peso se non in quanto essa è moralità». Voleva «della lingua e del numero» de' Promessi Sposi studiasse «quel che c'è di straniero, d'incerto, d'improprio, di prolisso senza necessità di chiarezza»[80].
Giambattista Bazzoni[81], uno degli emuli, volle egli pure dire la sua. «I Promessi Sposi s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita, lucente e veramente nuziale acconciatura di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni fine, vere, calzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi d'intelligenza; è un complesso insomma di quadri affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille; ma però le saette ad essi scagliate dai nostri Paridi non li ferirono sì addentro da togliere loro la vita, che durerà anzi sempre robustissima».
Ombra di Giambattista Bazzoni, che ti aggiri tra le rovine dimenticate del tuo Castello di Trezzo, metti il cuore in pace: non ebbero da quelle saette neppure scalfita la pelle; del resto, così dura, che sfida i secoli!
Torino, 27 marzo 1905.
Giovanni Sforza.