La milizia, a quei tempi, era ancora in molte parti d'Europa composta in gran parte di venturieri, che si ponevano al soldo di condottieri di professione, i quali andavano poi coi loro drappelli al servizio di questo o di quel principe. Oltre le paghe, sulle quali non era da fare assegnamento certo, quello che determinava gli uomini ad arruolarsi era la speranza del saccheggio e tutte le vaghezze della licenza. Disciplina generale non v'era in un esercito, nè avrebbe potuto conciliarsi con le varie autorità private dei condottieri: e questi, prima di tutto, non si curavano di mantenere una disciplina particolare nei loro reggimenti, perchè non avevano per questa parte responsabilità verso nessuno; e quand'anche alcuno di essi, a cose pari, avesse pur desiderato di contenere i suoi soldati in un qualche rispetto per le proprietà e per le persone degli abitanti, questo disegno sarebbe stato per lo più o contrario ai suoi interessi, o superiore alle sue forze. Perchè soldati di quella sorte o si sarebbero rivoltati, o avrebbero tosto deserte le bandiere di un comandante nemico della violenza e del saccheggio. Oltre di che, siccome i principi nel comperare i soldati pensavano più ad averne in gran numero per assicurare le imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, la quale era ordinariamente molto scarsa, così le paghe erano per lo più ritardate e mancanti; e le spoglie dei paesi dove passava l'esercito divenivano come un supplemento tacitamente convenuto degli stipendj. Quindi i soldati di quel tempo e per le tendenze che gli avevano tratti a scegliere quella professione, e per le abitudini di essa formavano come una collezione di tutte le nequizie che può dare la natura umana nel suo maggior grado di pervertimento. Ma quelli che allora scendevano nel Milanese erano poi il più bel fiore di quella farina; erano in gran parte gli stessi che guidati dall'atroce Wallenstein avevano poco prima desolata la Germania in quelle guerre tanto impropriamente chiamate di religione, poichè queste stesse masnade che avevano combattuto per la parte che protestava di sostenere la religione cattolica erano composte in parte di luterani.
L'annunzio della venuta di costoro portò il terrore nei distretti per dove avevano a passare: nelle altre parti si diceva: povera gente! stanno freschi: chi sa come gli acconciano coloro! vedrete che non lasceranno loro altro che gli occhi per piangere: sia lodato Dio che non passeranno per di qua. Ma chi sapeva che quell'esercito portava la peste con sè, e l'aveva già disseminata nei luoghi dove aveva stanziato, sentiva qualche cosa di più che una fredda pietà per altrui. La maggior parte però degli abitanti del Milanese o non lo voleva credere, o non se ne curava, o con quella fiducia, senza motivi, così strana e così comune, diceva: Poh! che ha da venire la peste da noi?
Colico, sulle rive del lago di Como, presso alla foce dell'Adda, fu la prima terra che toccarono quei demonj; dopo e d'averla messa a sacco, l'arsero addirittura; se per rabbia di non avervi trovato abbastanza bottino, o pel diletto di fare una baldoria, non si sa. Di là, senza curarsi d'itinerario, nè di poste assegnate, ma guardando solo dove fosse più da sperarsi bottino, si gettarono sopra Bellano, lieto paese sulle falde d'un monte e alla riva del lago. Gli abitanti, ammoniti dall'esempio recente e dalla prossima ruina, avevano o nascoste sotterra, o trasportate in fretta sui monti le cose più preziose e le più facili a trasportarsi; e molti di essi s'erano appiattati lassù, abbandonando le case. Con tanto più di furore v'entrarono quelle masnade, e delle cose lasciate presero tutto ciò che poteva loro servire e sperperarono ed arsero il resto, mobili, botti, travi. Quegli che erano rimasti colla speranza di preservare i loro averi, ne videro la distruzione, videro l'abominevole sfrenatezza, e per sopra più soggiacquero agli strapazzi, alle percosse e alle ferite. Nè i campi all'intorno furono risparmiati; la vendemmia, somma speranza dei terrazzani in quell'anno calamitoso, sparve in un momento; coll'uve furono sterpate le viti, gli alberi abbattuti col frutto, molti casali incendiati. Appena cessarono di farsi udire le trombe che avevan sonata la partenza d'un reggimento, un nuovo squillo dall'altra parte annunziava terribilmente l'arrivo di altra simile, anzi peggiore brigata. I sopravvegnenti, trovando la distruzione dove avrebbero voluto portarla, si vendicavano su le cose e su le persone che capitavano loro alle mani, come di un furto che fosse stato loro fatto: e tanta cupidigia frustrata tornava tutta in furore. Qualche memoria del guasto di quel paese ci rimane in alcune lettere di Sigismondo Boldoni, scrittore riputatissimo ai suoi tempi, e che forse avrebbe acquistato un nome più esteso e più autorevole anche presso ai posteri se non fosse morto all'uscire della giovinezza, e sopra tutto se quei pochi anni gli avesse vissuti in un secolo in cui fosse stato possibile concepire nuove idee d'una precisione e d'una importanza perpetua, e per esporle trovare quello stile che vive. Questi, sulle prime, non aveva voluto fuggire, e parte cercando di avere ad alloggio ufiziali, parte chiamando soccorso di soldati italiani ivi stanziati, era venuto a capo di preservare la sua casa, e di difenderla poi quando fu minacciata: e racconta agli amici i suoi pericoli e gli ultimi disastri. V'è pure in una di quelle sue lettere un tratto singolare, che merita d'esser ricordato. Il tenente del colonnello Merode, il cui reggimento era venuto pel primo, entrato nel giardino di Sigismondo, accennò un boschetto e domandò che razza di piante fossero quelle e che frutto portassero.—Ahi barbaro! pensò il Boldoni: non conosce l'alloro.—E conchiuse fra sè, che da tal gente non era da sperarsi misericordia[124]. Desolato quel territorio, le feroci locuste si gettarono nella Valsassina. È un gruppo di montagne e di valli, paese poco visitato dal sole, intersecato da torrenti, petroso e selvatico negli accessi, ma per entro rivestito in gran parte di ricchi pascoli, e più fertile che non l'annunzi il suo nome: ha varie terre, quale sul pendìo, quale nel fondo, a luogo a luogo assai vasto perchè si possa chiamarlo pianura: e sur alcuni monti più erbosi sono sparse bianche e picciole casette, che da lontano raffigurano quasi un gregge sbandato al pascolo. Non vi mancavano possessori agiati, ma la più parte degli abitanti erano e sono tuttavia mandriani, i quali vi dimorano nelle stagioni più miti e passano al piano i mesi più rigidi. La fama spaventosa della sorte di Bellano precedeva le truppe, e i valligiani s'erano presso che tutti rifuggiti sulle somme alture, lasciando deposte sotterra presso le case le loro ricchezze, e cacciando dinanzi a sè le mandrie, che sono la principale. Ma i saccheggiatori, ai quali non bastava quello che era stato loro abbandonato, e a cui le arti di preservazione degli abitanti avevano suggerite nuove armi di offesa e di depredazione, si diedero a rintracciarli. Quelli che erano stati più lenti a fuggire, o che furono sorpresi nei loro nascondigli, strascinati giù pei greppi a minacce, a percosse, ricondotti nei villaggi, erano quivi sottoposti alle torture che può inventare la cupidigia più crudele, perchè rivelassero i tesori nascosti. Due passioni ben diverse, ma egualmente potenti, l'avidità e il terrore, supplivano alle convenzioni del linguaggio e si spiegavano fra di loro in un rapido e terribile dialogo. I gemiti, le voci supplichevoli, le mani giunte al petto, o stese al cielo non impetravano che nuovi strazj: l'infelice, che si prostrava ad abbracciare le ginocchia dei suoi oppressori, era rialzato a forza di percosse. Colui che aveva riposto sotterra o danaro o suppellettili, o a cui il vicino, per far pompa di previdenza e di sicurezza nei suoi ripieghi, aveva confidato il luogo del suo deposito, si stimava felice di avere con che acchetare quella perversità, accennava premurosamente e con aria di sommessa e quasi amichevole intelligenza ai soldati, che lo seguissero, e mostrava loro la terra di recente smossa, o l'armadio murato di fresco; e cercava di sguizzare fra mezzo i saccheggiatori, che, ciechi per ingordigia, si gettavano a gara sulla preda.
Dalla Valsassina il temporale discese nel territorio di Lecco[125].
Le contingenze infelici della vita umana son tante, che non di rado l'uomo oppresso da una sventura può consolarsi col pensiero d'altro male o di peggio che senza quella sventura gli sarebbe capitato infallibilmente. Se la infame passione di Don Rodrigo non fosse venuta a turbare i placidi destini di Fermo e di Lucia, essi, dopo d'aver passato un anno d'inopia, contra la quale chi sa se le loro facoltà avrebbero bastato, si sarebbero ora trovati, probabilmente con un bambinello, esposti nel loro paese a quella orrenda furia militare, costretti a fuggire; e quando avessero schivati tutti i pericoli della persona, tornando poi a casa non v'avrebbero trovate che le muraglie, e quelle mezzo diroccate e i segni perversi e luridi del sozzo torrente che v'era passato. Questi guai sembrano ora leggieri al paragone di ciò che Lucia e Fermo hanno sofferto in quella vece, ma allora, non v'essendo il paragone e non potendo essi nemmen per sogno immaginare come possibili tutte le traversie che abbiamo narrate, quel minor male sarebbe ad essi parato il colmo della infelicità. Comunque sia, in mezzo a tanti mali fu una ventura per entrambi l'esser lontani da casa loro in quel brutto momento.
E Agnese? Agnese si trovava mò proprio nell'intrigo. Vengono; hanno saccheggiata Cortenova, hanno dato il fuoco a Primaluna, disertato Introbbio, Pasturo, Barzio, si sono veduti a Ballabio, son qui, son qui; così la fama andava di momento in momento crescendo e avvicinando il terrore. Alcuni di quei poveri valligiani, che invece di rintanarsi sui monti, dove forse non sarebbero stati sicuri, avevano stimata miglior via di fuga, precorrere il nemico, giungevano ansanti, spaventati, in disordine, come reliquie d'un esercito disfatto e inseguito, e raccontavano cose orribili della crudeltà dei soldati, principalmente contra coloro che fossero o paressero opulenti. Agnese aveva ancora una ventina di quegli scudi d'oro che il Conte del Sagrato le aveva donati così a proposito e quasi per ispirito di profezia; che in quell'anno, senza quell'ajuto di costa, la poveretta sarebbe stata ridotta a morire di stento, o a pitoccare disperatamente, come tanti altri. Ma dopo d'aver sentiti i vantaggi della ricchezza, Agnese ne provava ora tutte le cure e i terrori. È ben vero ch'ella aveva sempre dissimulata prudentemente quella ricchezza, e il solo che fosse del segreto era Don Abbondio, che era stato testimonio del dono, ed al quale essa ricorreva per fargli di tempo in tempo cambiare uno scudo in picciola moneta. Ma una indiscrezione poteva avere tradito il segreto, o un sospetto averlo indovinato, e allora il pericolo sarebbe stato terribile e la fuga mal sicura. Poichè era cosa nota che nei luoghi dove la soldatesca era già passata, uomini, ai quali in verità non si saprebbe trovare un epiteto, o per invidia, o per isperanza di premio, avevano guidati quei masnadieri al nascondiglio di qualche lor paesano denaroso, segnandolo così allo spoglio ed ai tormenti. Per queste ragioni Agnese fluttuava in un dubbio tempestoso: più volte, vedendo passare qualche frotta de' suoi paesani che tiravano verso i monti, s'era mossa per mettersi in loro compagnia; e poi ristava, pensando con raccapriccio ai pericoli che l'asilo stesso poteva essere per lei. Ma dove trovare quello che le desse la sicurezza particolare di ch'ella aveva bisogno? Maneggiando e rimaneggiando quegli scudi d'oro, svolgendoli e rincartocciandoli, togliendoli di seno per riporveli meglio, le sovvenne di colui che glieli aveva dati, delle sue proferte, del suo castello posto al confine e in alto come il nido dell'aquila; e si fermò tosto nel pensiero di cercarsi l'asilo colà. Aveva già sotterrate, nascoste sul solajo, riposte alla meglio le masserizie più grosse; sbarrò, come potè, le finestre; tolse un fardello, dove aveva ragunato ciò che le sue forze bastavano a portare; ravvolse per l'ultima volta quegli scudi d'oro e li cacciò sotto il busto, tra la camicia e la pelle, uscì di casa, chiuse la porta, più per non trascurare una formalità, che per fiducia che avesse in quei gangheri e in quelle imposte, si mise la chiave in tasca e s'avviò. Trovandosi così soletta in istrada, pensò quanto le sarebbe stato prezioso un compagno in quel tragitto. Ma voleva esser galantuomo, galantuomo a tutte prove, superiore ad ogni sospetto e più forte d'ogni tentazione. Dove trovarlo anche questo? Il curato? Perchè no? la casa parrocchiale è a pochi passi, tentiamo.
Chi non ha veduto Don Abbondio in quel giorno non ha un'idea vera dell'impaccio. I nemici che si avvicinavano erano i più terribili che egli avesse mai avuti a fronte, e quelli contra cui erano più inutili tutte le sue armi, tutti i suoi stratagemmi. Non era gente da ammansarsi colla pieghevolezza e colla sommessione, molto meno da contenersi coll'autorità. Non v'era salute che nella fuga; ma, primo di tutti a risolverla, Don Abbondio era poi rimasto indietro di molti per le difficoltà che trovava nella fuga stessa e per le condizioni ch'egli vi aveva voluto porre. L'ertezza del cammino lo spaventava, e questo spavento gli aveva fatto perder qualche tempo a voler persuadere or l'uno, or l'altro dei suoi parrocchiani che lo portassero in lettiga; ma, in verità, quello non era momento da trovar lettighieri. Era pure andato pregando tutti quelli che avevano buone spalle che per amore del loro curato si caricassero delle sue masserizie, delle sue provvigioni, anche dei suoi mobili, per portarli in alto e riporli in salvo; ma si era indirizzato ad uomini occupati a scegliere tra i pochi loro averi quello che si poteva trafugare, lasciando con dolore il resto alle voglie dei ladri: e nessuno aveva spalle da allogare a Don Abbondio. Pensava finalmente a nascondere il tutto sul luogo, ma la cosa era per sè difficile, e il tempo stringeva. Di più, non aveva ancora saputo scegliere un asilo, e, senza farne mostra, era tormentato dallo stesso timore che Agnese. Girava il pover'uomo per la casa, tutto affannato e stralunato, non sapendo che farsi; se la prendeva, quando col duca di Nivers, come diceva egli, che avrebbe potuto rimanersi in Francia e voleva a forza esser duca di Mantova, quando col duca di Savoja, che voleva ingrandirsi, quando coll'imperatore, che stava su certi puntigli, e quando con Don Gonzalo di Cordova, che non aveva saputo mandare quei diavoli per un'altra strada. Bestemmiava ancor più la durezza dei suoi parocchiani, che non volevano dargli ajuto. Oh che gente! sclamava, che gente! ognuno pensa a sè! non c'è carità! Si faceva alla finestra e chiamava quelli che passavano, con una certa voce mezzo piagnolente[126] e mezzo rimbrottevole. Venite a dare una mano al vostro curato, se avete viscere di misericordia; non siate così cani. Ajutatemi a portar via quei pochi stracci, quei pochi stracci, ripeteva, perchè nessuno sospettasse ch'egli avesse cose preziose da salvare. Aspettatemi che venga anch'io con voi; aspettate almeno che siate quindici o venti, tanto da potermi guardare, ch'io non sia abbandonato. Volete voi lasciarmi solo in man dei cani? Meritereste che il vostro parroco fosse spogliato, ammazzato. Misericordia! Fermatevi dunque. Eh! tiran di lungo. Oh che gente!
Bisogna dire che Don Abbondio fosse ben accecato dalla paura per parlare a quel modo. Quegli, a cui egli faceva quelle preghiere e quei rimproveri, passavano dinanzi alla sua casa curvi sotto il peso delle robe loro, quale trascinandosi dietro la sua vaccherella, quale traendosi dietro i figli, che a stento lo seguivano, e la donna, che portava quelli che non potevano camminare, quale reggendo un vecchio o un infermo. Altri tornavano scarichi dal monte a raccogliere altre masserizie finchè reggessero le forze e lo permettesse il pericolo. Alcuni di loro non rispondevano a Don Abbondio, altri diceva: eh sì! s'ingegni anch'ella, signor curato.—Oh povero me! oh che gente! ripeteva egli. Ognuno pensa a sè; ognuno pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare.
Per buona sorte, Perpetua aveva conservato assai più sangue freddo e operava e dava consigli come Caterina I aveva fatto nel campo alle rive del Pruth quando Pietro, stretto tra i Turchi e i Tartari, non trovando uscita nè consiglio, era caduto d'animo, non sapeva a che partito appigliarsi e non aveva più energia che per isfogarsi in querele e in rimproveri. Perpetua, ben convinta che non era da fare assegnamento sopra altri, aveva fatto due fardelli, uno per sè, uno per Don Abbondio, e poi in fretta e in furia sparpagliava il resto delle masserizie nei bugigatti più nascosti della casa, sul solajo, sotto il pagliajo, dietro i tini. Quando questa faccenda fosse terminata alla meglio, ella aveva proposto di presentare a Don Abbondio il fardelletto destinato per lui e di intimargli di partire, giacchè in quel momento era cosa evidente che il padrone non era in caso dì governarsi, e pel suo meglio bisognava comandargli. È però vero che Perpetua aveva creduto di riconoscere una simile necessità in mille altri casi che a gran pezza non erano urgenti come il presente.
In questo frattempo sopravvenne Agnese, e comunicata la sua risoluzione, fece intendere a Don Abbondio ch'ella poteva essere opportuna anche per lui.