Le prime accoglienze ai «Promessi Sposi», studio
di Giovanni Sforza
[ix]
XII.—Fuga di Don Rodrigo[353]
XIII.—Ritorno di Lucia al suo paese[363]
XIV.—Visita del Conte del Sagrato a Lucia[373]
XV.—Cure del Cardinal Federigo per mettere al sicuro Lucia[387]
XVI.—Il tozzo di pane e il bicchier d'acqua del Cardinal Federigo[395]
XVII.—La carestia del 1628—Ragioni, rimedi e moti dell'opinione pubblica nelle carestie[405]
XVIII.—Don Ferrante e la sua famiglia[433]
XIX.—Il passaggio de' Lanzichenecchi[465]
XX.—Dialogo sulla peste tra Don Ferrante e il Signor Lucio[495]
XXI.—La peste a Bergamo—Ritorno di Fermo al paese nativo—Suo incontro con Don Abbondio e con Agnese[525]
XXII.—Fermo trova Lucia nel lazzeretto[557]
XXIII.—Scioglimento del voto di Lucia e morte di Don Rodrigo[579]
Appendici[595]
I.—Il principio del Romanzo nella prima minuta[597]
II.—Il principio del Romanzo nella seconda minuta[604]
III.—Il principio del Romanzo nella copia per la Censura[607]
IV.—La fine del Romanzo nella prima minuta[611]
V.—La Serva di Don Abbondio[618]
VI.—La confessione di Lucia e il consiglio d'Agnese[626]
VII.—Una disgressione[642]
VIII.—Il Padre Cristoforo ripreso dal Guardiano di Pescarenico[648]
IX.—Il tentativo fallito del matrimonio clandestino nella prima e nella seconda minuta[653]
X.—Le correzioni all'«Addio ai monti»[676]
XI.—L'Innominato; brano della seconda minuta, stralciato poi dall'Autore[688]
XII.—Descrizione dell'autografo della prima minuta dei «Promessi Sposi»[712]

LE PRIME ACCOGLIENZE

AI

«PROMESSI SPOSI»

I.

Giulia, la primogenita del Manzoni, scriveva al Fauriel l'8 luglio del '27: «Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza; in meno di venti giorni se ne vendettero più di 600 esemplari. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera; furono già pubblicati alcuni articoli intieramente favorevoli ed altri se ne annunziano».

Non senza una trepidazione grande l'aveva finalmente dato fuori, come si rileva dalle lettere che il Tommaseo, allora a Milano e in familiarità con lui, era andato di mano in mano scrivendo a Giampietro Vieusseux[1]. «Il suo romanzo o addormentato»: (così il 12 novembre del '26) «egli teme di pubblicarlo, tanta è la nausea che ispira a ogni bene l'aspetto di quella canaglia che ha parte nella Biblioteca Italiana». E di lì a dodici giorni: «Egli s'era scuorato un po', non per tema di que' vili imbecilli, ma per quella stanchezza di mente che nasce al pensiero di vedere male accolta un'opera che costò tanta pena, e che, dic'egli, non fa male a nessuno. Io temo, soggiungea, che mi vogliano far scontare la troppa aspettazione ch'egli hanno di questo libro: aspettazione della quale, a dir vero, non è mia la colpa». Gli tornava a scrivere il 2 decembre: «Manzoni ripiglierà il suo romanzo, da cui l'aveva scuorato lo zelo dell'amicizia; voglio dire le critiche fatte al 2º. canto del Grossi»[2]. In un'altra, senza data, ma del febbraio o del marzo del '27, soggiunge: «Manzoni è all'ultimo capitolo ancora. Ma incomincia a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; onde innanzi alla fine dell'anno si può sperare di veder il Romanzo alla luce[3]. Dev'essere un gran gridare, un gran sentenziare de' Classici. E la Biblioteca Italiana come lo prenderà d'alto in basso!» Gli torna a scrivere il 12 maggio: «Manzoni non ha cominciato ancora a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; ma non va, mi dice, in campagna, se non se pubblicatolo. Io godo d'andarmene via: penerei a sentire la lotta che forse gli si prepara, e forse non potrei non mischiarmivi».