—Che dite, figliuolo? io son tutto per voi, e parlo perchè vi voglio bene; e perciò vi torno a dire: non vi passasse mai pel capo... Dio guardi! In Milano! Sapete come state! Una cattura di quella sorte! un impegno! e con tanti nemici che avete! Dio liberi! e poi, so io quel che dico, potreste trovare... chi sa? gente che vuol bene, ma... gente che si piglia impegni di proteggere, e poi... sostenere... cozzare... basta, parlo con tutto il rispetto... ma, Dio solo è da per tutto... Si vuole, si comanda, si promette, si fa l'impegno... si scompiglia la matassa, e si dà in mano al curato perchè la riordini... e chi ne va col capo rotto è il curato... Fate a modo mio, tornate dove siete stato finora.
—Basta, disse Fermo, non mi aspettava da lei più soccorso di quello che mi abbia avuto. Io non intendo tutti questi suoi discorsi; ma poi che ella non ha altri consigli da darmi, si contenti ch'io faccia a modo mio.
—No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e voi. Abbiate compassione d'un pover uomo, che ha bisogno di quiete; e sarebbe giusto finalmente che la godesse. Quello che ho patito io, vedete, non lo ha patito nessuno. Ne ho passate d'ogni sorte: spaventi, crepacuori, fatiche: è venuta la carestia, e m'è toccato di veder persone morirmi di fame su gli occhi. Ho dovuto fuggire di casa, e nessuno mi volle ajutare; ho trovato cuori duri come selci; e i soldati m'hanno sperperato ogni cosa. E sono stato... e ho dovuto... e basta... sono stato ricoverato da un degno signore... basta so io quello che ho patito. E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l'ho presa anch'io, e son qui vittima della mia carità; d'allora in poi non son più quello. Perpetua è morta, mi ha abbandonato in questi guaj; e mi tocca servirmi da me, povero, vecchio e malandato, come sono. Ecco che appena cominciava a star bene, e voi venite per darmi nuovi travagli...
—Signor curato, disse Fermo, io le desidero ogni bene; e del travaglio ella ne può bene aver dato a me, ma non io a lei, in fede mia. La spia ella non me la vorrà fare; del resto, io mi rimetto nelle mani di Dio. Attenda a guarir bene, signor curato.
—Sentite, sentite,—continuava Don Abbondio, ma Fermo aveva già fatta una riverenza di risoluto congedo, e camminava verso la casetta di Lucia.
—Oh povero me! questo ci mancava! continuò a barbottare fra sè Don Abbondio, ritirandosi dalla finestra. Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l'imbroglio. Un Cardinale che dirà: voglio che si faccia il matrimonio; un signore che dice, non voglio: ed io tra l'incudine e il martello. Basta... disse poi soffiando, dopo d'avere alquanto pensato... muore tanta gente... che dovessero rimanere al mondo tutti quelli che si divertono a mettere le pulci nell'orecchio di me pover uomo!
Intanto Fermo arrivò alla casetta d'Agnese, la quale casetta, se il lettore se ne ricorda, era fuori del villaggio, solitaria. Alla vista di quel luogo una nuova tempesta sorse nel cuore di Fermo; diede egli un gran sospiro, e bussò.
—Chi è là? gridò da dentro la voce d'Agnese: state lontano; non bazzicate intorno alla porta; verrò a parlarvi dalla finestra.—Son io, rispose Fermo; ma Agnese, non aspettando a basso la risposta, aveva fatte in fretta le scale e apriva la finestra.—Son io; mi conoscete? disse ancor Fermo, quando la vide.—Oh Madonna santissima! sclamò Agnese: voi?—Io, rispose Fermo; sono il benvenuto?