Fatte le prime interrogazioni più pressanti, ognuno cominciò a rispondere brevemente a quelle del compagno. Fermo finalmente pregò Agnese ch'ella raccontasse per disteso tutta la sua storia, promettendo di soddisfarla egli poi della propria. Così Fermo conobbe per la prima volta daddovero le triste vicende di Lucia, e l'esito inaspettato. Tremò, fremè, impallidì cento volte a quel racconto; ora diede dei pugni all'aria ed ora giunse le mani in atto di ringraziamento; maledisse la Signora, benedisse il Cardinale, diede maledizioni e benedizioni al Conte del Sagrato, invocò ora la vendetta, ora il perdono del cielo sopra Don Rodrigo. Ma un punto rimaneva tuttavia oscuro, nè Agnese sapeva dilucidarlo. Perchè non è venuta con me? con me, suo promesso? con me, che doveva, che poteva divenir suo marito? che ostacolo v'era più? non sarebbero mancati che i denari, e il cielo gli aveva mandati. Agnese non seppe dire, se non ciò ch'ella aveva pur pensato: che Lucia fosse rimasta tanto stordita e sgomentata da quegli orribili accidenti, che non le rimanesse più forza da voler nulla, e fosse disgustata d'ogni cosa.
—Oh? andrò io a saperlo da lei, disse Fermo; voglio vedere l'acqua chiara. Ella era mia; mi si era promessa; io non ho fatto niente per demeritarla; e se non mi vuoi più... e qui avrebbe pianto se gli uomini non si vergognassero di piangere: se non mi vuoi più, me lo ha a dire di sua propria bocca, e mi deve dire il perchè.
Agnese cercò di racconsolarlo, e lo chiese della sua storia, che Fermo le narrò sinceramente. Questa storia fece molto piacere ad Agnese e le rimise Fermo nell'antico buon concetto.—Voleva ben dire io; sclamava essa di tratto in tratto. Se sapeste come la raccontavano qui, in cento maniere, l'una peggio dell'altra. Ma voi non me l'avete mai fatta scrivere ben chiara.
—E voi, madonna, disse Fermo, non mi avete mai data soddisfazione sopra quello che io voleva sapere.
—Basta, disse Agnese, lodato Dio che abbiam potuto parlarci una volta; valgon più quattro parole sincere di due ignoranti che tutti gli scarabocchj di questi sapienti. Ma voi come vi fidate di andare a Milano, dove vi hanno tanto cercato, dove...?
—Chi mi conoscerà! rispose Fermo, non m'hanno visto che un momento; e il nome... ne piglierò un altro; non ci vuoi gran lettera per questo; e poi chi volete che pensi a me ora? Hanno da pensare alla peste. Sono tutti in confusione. Muojono come le mosche, a quel che si dice... Ah! pur che viva Lucia!
—Dio lo voglia! sclamò Agnese; e lo vorrà, io spero. Quella poveretta innocente ha tanto patito! Dio gli conterà tutto quel male, per salvarla ora, Ah! Fermo io ho buona speranza; andate pure; mi sento tutta riconfortata dall'avervi veduto. Sento una voce che mi dice che i guai sono alla fine; e che passeremo ancora insieme dei buoni momenti.
Fermo chiese del Padre Cristoforo, e Agnese non li seppe dir altro se non ch'egli era a Palermo, che è un sito lontano lontano, di là dal mare. Scontento, e perchè sperava da lui ajuto e consiglio, e perchè desiderava di raccontare a lui pure la storia genuina; e perchè avrebbe riveduto volentieri quell'uomo pel quale sentiva tanta venerazione e tanta riconoscenza. Disse però: brav'uomo! vero religioso! è meglio ch'egli sia fuori di questi guai e di questi pericoli. Agnese offerse a Fermo l'ospitalità per quella notte, con molte prescrizioni sanitarie però di lontananza, di cautela, di non toccar questo, di non avvicinarsi a quell'altro luogo. Fermo accettò l'ospitalità ben volentieri e promise tutti i riguardi che Agnese desiderava. Era venuta l'ora della cena, e la massaja si diede ad ammanirla. Pose al fuoco la pentola per cucinarvi la polenta. Fermo, da giovane ben educato, voleva risparmiare la fatica alla donna e fare egli il lavoro: ma Agnese, levando la mano: guardatevi bene dal toccar nulla, disse; lasciate fare a me. Fermo ubbidì; ed ella prese la farina, la gettò nell'acqua, la rimenava dicendo: Eh! altre volte era Lucia! basta il cuor mi dice che la mia poveretta verrà con me, e presto; e che staremo tutti in buona compagnia. Fermo sospirava. Agnese versò la polenta, raccomandando sempre a Fermo di non si muovere, di non toccare; poi andò a mugnere la vacca» tornò con una brocca di latte, dicendo: vedete: quella povera bestia da sei mesi è la mia unica compagnia. Prese un bel pezzo di polenta, lo ripose sur un piattello, lo sporse a Fermo, stando più lontana che poteva, e stringendosi con l'altra mano la gonna d'intorno alla persona, perchè non istrisciasse agli abiti di Fermo; quindi, allo stesso modo, gli sporse una scodella di latte. Nel tempo della cena si parlò dei disegni di Fermo, Agnese gli diede istruzioni sul nome dei padroni di Lucia; gli comunicò le notizie confuse ch'ella aveva sul luogo della loro dimora; e questi discorsi gli tennero a veglia qualche ora dopo la cena. Finalmente Agnese indicò all'ospite la stanza dov'egli doveva coricarsi: era quella di Lucia. Fermo amò meglio di andarsi a gettare sul picciolo fenile, adducendo motivi di precauzione per la salute. Prima dell'alba erano entrambi in piedi. Agnese diede a Fermo due pani e due raviggiuoli, fattura delle sue mani, gli riempì di vino il fiaschette ch'egli aveva portato con sè, dicendo: in questi tempi potreste morir di fame prima di trovare chi vi desse da mangiare. Il congedo fu quale ognuno può immaginarselo, pieno di tenerezza, di accoramento e di speranza. Fermo partì, viaggiò tutto quel giorno, e avrebbe potuto la sera entrare in Milano, ma pensò che avrebbe trovato più facilmente un ricovero al di fuori. Ristette di fatti in una cascina deserta, a un miglio dalla città. Dormì su le stoppie, e all'alba, levatosi, si avviò e fece la sua seconda entrata in Milano, che gli comparve di un aspetto più tristo e più strano d'assai che non era stato la prima volta[136].