Nella Gazzetta di Milano così ne scrisse Francesco Pezzi: «L'autore è chiaro per molti conti. Nepote dal lato materno del gran Beccaria, egli non si ristette al lustro che gli deriva da questa affinità. Giovane ancora, il Manzoni alzò grido di facile ingegno. Più tardo, salì i gioghi di Pindo con fausto successo. Il carme in morte dell'Imbonati sta presso ai Sepolcri del Pindemonte, del Foscolo, del Torti. Gli inni in onor di Maria spirano la soavità della grazia terrestre. In altri lirici componimenti la sua musa si spinse a nobile altezza. Trattosi quindi nel sentiero in cui quel d'Asti raccolse il retaggio della Greca Melpomene, il Manzoni volle trattare argomenti semplici sulle norme della scuola romantica. Delle due tragedie ch'ei scrisse non rimangono nella memoria che alcuni concetti ed isolate bellezze di stile. In fine egli attese alla prosa. Il Manzoni può dirsi il primo che abbia ora compiuto un vacuo fra noi in un ramo di letteratura, nel quale gli stranieri peccano d'abbondanza. Sia storia o romanzo, il suo libro mancava all'Italia. Da lungo tempo non facciam che discutere sul modo di concepire e di scrivere. Il Manzoni frattanto non discuteva, ma concepiva e scriveva. Il nuovo parto della sua mente incatena l'attenzione del leggitore: crediamo con queste parole averlo definito abbastanza. La ragione della voga di quest'opera salta agli occhi immediatamente. Varietà ed importanza di avvenimenti; pittura energica d'usi e di costumanze, di cui non si è perduta la traccia; caratteri vivamente tratteggiati; passioni poste in contrasto, le vie dell'animo ricercate, e tutto ciò senza sforzo, senza l'orpello dell'esagerazioni, senza sussidio di mezzi incomprensibili; ecco l'origine prima da cui deriva quell'allettamento che infondesi alla lettura dei Promessi Sposi. Se a questo s'aggiunga un bel calcolato riparto di tanti episodi, che presi isolatamente parrebbe a prima giunta non potersi unire al soggetto fondamentale, ma che vi si combinano come tanti raggi nel centro d'un disco, e si avrà ragione dell'aura ond'è onorato il lavoro del Manzoni. L'autore non attinse la principal vicenda narratavi a fonte luminosa, in quanto che i veri protagonisti dell'azione non sono illustri per alcun conto. Ma s'egli non comincia a intertenerci che della promessa fede di due amanti poveri e oscuri, mano a mano che va tessendo la loro istoria, da semplice che era, s'avviluppa con grande artificio, collegandosi ad avvenimenti ed a persone di grande importanza; locchè addoppia la sollecitudine del leggitore nel momento in cui crederebbesi che dovesse scemare». Il Pezzi piglia poi a riassumere «le cose esposte, sviluppate e condotte con finissimo accorgimento nel primo e nel secondo volume dell'opera del Manzoni»; promette di parlare «quanto prima del terzo e ultimo»; e di ragionare anche, «colla guida d'onesta critica», della lingua e dello stile usati dall'autore, «non senza provare com'egli, tutto pieno del suo soggetto, siasi mostrato ad un tempo filosofo, moralista, uom di mondo e pittore»[40].
Curioso è il giudizio che ne dette il Corriere delle Dame: «Appena uscita l'opera, ognuno si fece a dire: è uscito un Romanzo storico di Manzoni. La celebrità del nome trasse tosto numerosissimi ammiratori all'acquisto, ed alcuni, sempre fermi nel volerlo battezzare Romanzo, lo trovarono, sotto questo aspetto, sterile e poco interessante. Trattasi, dicono quelli, di due paesani (Renzo e Lucia) che s'hanno a sposare e che un feudatario prepotente glielo impedisce con ogni sorta di mezzi; dopo gran traversie si sposano, e lì finisce la dolorosa istoria, poichè tutti gli altri fatti e narrazioni s'hanno a considerare come altrettanti episodi, e formano invece il nerbo del libro.—Io rispondo a questa prima questione che il rinomato autore di tante belle poesie e di ben altri lodati componimenti non comincia dal dire sua propria quest'opera, e quand'anche la si fosse, egli l'ha intitolata: Storia milanese del secolo XVII; perchè dunque la si vuole un Romanzo? Certo che se si fosse inteso di offrirci un romanzo storico sulle tracce di Walter Scott doveasi innalzare fra più nobili subbietti la scelta de' protagonisti, onde l'interesse generalmente eccitato venisse per le avventure di personaggi degni veramente d'istoria. Ma non vediamo noi forse che appunto l'illustre Scozzese, costretto a non smuovere se non storicamente dalle capitali o dai determinati luoghi i suoi personaggi illustri, inganna poi e tradisce il lettore, facendo in un luogo accadere cose avvenute le mille miglia lontane, e ravvicinando epoche distantissime fra loro, e confondendo le costumanze e gli usi tutti propri di diverse età, soltanto per dare in un solo Romanzo storico l'idea completa di varie avventure, di varie costumanze, e per stringere in un'epoca sola i vari periodi di una vita illustre? Meno male sarà dunque che ideali sieno i personaggi e tali da potere esser mandati qua e là ove più brama l'autore, purchè storiche sieno le relazioni de' fatti che contiene il libro.—Meglio sarebbe, lo dicon tutti e lo dico anch'io, che la scelta cadesse sopra un'avventura d'illustri persone, e gli storici episodi corrispondessero a que' tempi, per istruirne il lettore; ma qui sta la difficoltà, e non già la difficoltà di invenzione, ma la difficoltà di rinvenire fatti interessanti, contemporanei ad avventure particolari e specialmente amorose di persone degne di storia.—Risponderà taluno, che è assai comodo formare un romanzo di tal sorta, poichè non è alla fin fine che una cronaca di quel determinato tempo, collegata ad una novella amorosa qualunque ella siasi.—Sia pur facile e comodo l'inventare una novelletta amorosa per condire quell'arida parte storica che vuol narrarsi, non sarà comodo, nè a tutti facile sicuramente far buona scelta dell'epoca che vuoi presentarsi, far che succosamente sieno le cose narrate, e la sana filosofia, la buona morale, la vera politica venga alla mente del lettore mediante la narrazione medesima; non sarà comodo il frugare centinaia di volumi e manoscritti per determinare alcune verità dapprima mal note; non sarà facile di belle e commoventi pitture descrittive adornare l'opera che si offre; nè sarà tanto comodo e facile mantenere le varie persone nel loro vero carattere, e fare che le ammonizioni di un cardinale Federigo Borromeo sembrino da quel medesimo chiarissimo porporato dettate e pronunziate; che le espressioni di un prepotente signore sieno le vere e le sempre udite; che la compassione fraterna di un P. Cristoforo dipinga una rara pietà, ma probabile altronde in persone benemerite a Dio; che i tristi effetti di una forzata monacale reclusione sieno que' tanti mali che vediamo nell'opera del Manzoni vivamente scolpiti; non sarà facile, nè comodo, in fine, far sì che in ogni parte dell'opera rilucente ed esaltata veggasi la virtù, sotto rozzi panni, e in tutt'altri depresso e annichilito il vizio.—Voi dunque, proseguon gli altri, ce lo date per un capo d'opera, per un non plus ultra: ed io, che pur vorrei mi si prestasse la debil penna a que' maggiori elogi che amo tributare ad A. Manzoni, dirò che questo libro è bello, interessante e migliore di tanti altri che menarono in questi ultimi tempi gran rumore: ma non perciò lo veggo privo di qualche pecca, nè tale da dirsi insuperabile. È prima, fra le cose ch'io prenderei a censurare, una prolissità che sfinisce e stucca in più d'un luogo; e basti, per accennarne uno, il dire che la sommossa, accaduta in Milano per la carezza del pane, e il saccheggio che voleasi dare ad una bottega di fornaio, fa muovere il Gran Cancelliere Ferrer per sedare il tumulto, e 14 pagine, belle, lunghe e larghe, come sono, tutte vengono impiegate a descriverci l'andata non più di cento passi della carrozza di Ferrer, circondata dal popolo.—Viene, in secondo luogo, l'inutilità di alcune nozioni che non fanno bella, nè più interessante l'opera, e fra queste quello sciocco e lungo contrasto fra Bortolo e Renzo, il quale di tutto avea bisogno fuorchè di perdersi a cicalare sul nome di bagiano con cui sogliono i Bergamaschi distinguere i Milanesi.—Renzo poi lo trovo talvolta ingenuo fuor di misura, tal altra perspicace oltre la naturale sua condizione, ed atto a riportarmi perfino un'intiera predica del P. Felice; in qualche incontro mancante troppo di un necessario ardimento e facile a confondersi pel più piccolo imbarazzo, ed altrove di una fortezza d'animo che lo innalza all'eroismo, e pronto a pronunciar sentenze ed a filosofare più che non gli convenga; furibondo amante della sua Lucia, talora passa molt'ore e giorni senza pur rammentarla; tratto alla città per quell'amore di cui tutto vive, n'è dimentico e spogliato per seguire que' tumulti che fanno d'ordinario allontanare anche i meno timidi ed i più avvezzi alle popolari sommosse. Illetterato, com'egli è, tiene corrispondenza col mezzo di un amico con Agnese, madre di Lucia, la quale, fra l'altre, accompagna una sua lettera di un soccorso a lui di cinquanta scudi... e come dunque sta in seguito che Renzo non avesse fatto confidenza a nessuno di quel denaro avuto?... È Renzo perciò l'unico personaggio intorno al quale potrebbero insorgere ben fondate censure, e d'uopo avrebbe d'una lima accurata la parte che lo risguarda.—Ma, insieme strette tutte queste cose, non appariscono che nei fra mezzo a tante bellezze; e le copie di quest'opera furono in meno di due mesi tutte spacciate, e se ne fa ristampa a Torino, a Livorno, e si stanno preparando comiche rappresentazioni, tratte dall'opera medesima, e finalmente si è aperta associazione a dodici tavole litografiche, che i punti più interessanti della storia rappresenteranno, essendo affidata a valenti artisti l'esecuzione dei disegni»[41].
La Vespa, un altro de' giornali milanesi d'allora, invece si avventò contro il nuovo romanzo con rabbia feroce; e chi scese in campo a farne strazio fu il suo «compilatore» Felice Romani. «Sepolta per tre anni nel magazzino del Ferrario, esce finalmente alla luce questa vecchia ringiovanita, di cui si dicevano le meraviglie dai pochi che l'aveano veduta e dai molti che l'avean da vedere. Esce finalmente alla luce: e corrono staffette per l'Italia, e galoppano corrieri oltre monti ad annunziare la comparsa della Bella del secolo XVII, abbigliata alla foggia del secolo XIX. Gli amici dell'A. la van portando in trionfo per le vie, per le case, pei caffè: bella! dice un giornalista: bella! ripete un libraio: bella di qua, bella di là, bellissima, arcibellissima, meravigliosa! Ch'io pure possa darti un'occhiata, o veneranda virago, che meni tanto trionfo, e fai girare il cervello di tutti i Narcisi della nostra letteratura!—Ahimè, o lettori, io l'ho veduta... Io non conosco il Manzoni nè per benefici, nè per ingiurie ch'io n'abbia ricevute, nè ho mai potuto e voluto frugare nella sua coscienza per giudicare della sua pietà. Le verità sociali e cristiane son meritorie d'innanzi a Dio e d'innanzi ai Governi: e il mio cuore e la mia voce venera e loda chi le possiede veracemente: ma esse non accrescon dramma di merito sulla bilancia ove si pesano i letterati. Questi van giudicati dagli scritti; ed io plaudo al Manzoni come lirico di vaglia, quando leggo i suoi versi in morte di Carlo Imbonati, qualche squarcio degli Inni sacri e la battaglia di Maclodio; ma cattivo tragico lo chiamo quando esamino il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, nè lo reputo miglior romanziere quando svolgo...—Alto là, non è ancor deciso se I Promessi Sposi siano un romanzo, o una storia.—Tanto peggio per l'autore! se siete ancora indecisi sul genere del componimento. Voi date campo ai maledici di poter dire ch'ei non è nè romanzo, nè storia. Ma questo non voglio dir io; e poichè i Promessi Sposi è pur forza che sian qualche cosa, li riguarderò come un romanzo fondato sulla storia. E i più concorrono in siffatta opinione. Non udite voi tutto il giorno gridare a gola aperta: finalmente abbiamo un Walter Scott anche noi! finalmente il Manzoni ha riempiuto un gran vuoto che nella nostra letteratura esisteva. Benigni lettori! lasciatemi dire quattro parole a costoro».
Risparmio queste «quattro parole» ai lettori e seguito a spigolare. «Al Manzoni è piaciuto comporre un romanzo storico, e come tale fu accolto dal pubblico, e il rapido smercio che in poco tempo egli ottenne, prova abbastanza ch'ei fu giudicato eccellente. Più vera sentenza, o lettori, non fu mai proferita, nè più umiliante per certe gloriole letterarie, di quella che ai Romani scrittori gridava il Venosino poeta, cioè che i libri hanno anch'essi il loro destino. E sapete voi da che cosa dipende siffatto destino? Se Orazio non l'ha detto, io ve lo dico: dipende da mille passioncelle che in ogni tempo governarono la repubblica letteraria, dalle mire dei lodatori, dall'influenza dei lodati, e più di tutto dalle stravaganze del secolo. Nè a questo io faccio torto, affibbiandogli qualche stravaganza, poichè i passati aveano anch'essi le loro. Se qualcuno fra i Secentisti avesse osato menare la sferza contro il mal gusto de' suoi tempi e dire a quel Re di Francia che premiava di tant'oro il più detestabile sonetto del nostro Parnaso: Sire, quest'atto di vostra munificenza sarà biasimato da tutti i secoli futuri; costui ne avrebbe riportate le beffe dei suoi contemporanei, e non avrebbe trovato un solo che facesse ragione alla sua giusta censura. Noi, per ventura, viviamo a giorni in cui le stravaganze dei letterati non sono premiate dai Re; e se son mille i bizzarri cervelli che ad esse corrono dietro, pochi non sono i sapienti che fanno argine alla corrente e sono custodi del bello e del vero. Pago del suffragio di questi, io non farò conto della disapprovazione di quelli; ed esaminando liberamente il romanzo storico del Manzoni, mi studierò di provare ch'ei pecca d'invenzione, di condotta, di caratteri, di stile; e che paragonandolo a quelli del Walter Scott, gli è l'istesso che scoprire agli stranieri le nostre miserie... Peggior epoca della storia milanese non poteva egli scegliere per base del suo romanzo: l'epoca della dominazione spagnuola, in cui due nazioni, anche straniere, entravano in guerra per contendersi un piccolo principato. Spento era il valore, morta ogni idea generosa, e la fame e la peste desolavano queste infelici contrade. Ditemi ora, o lettori, qual sarà il soggetto di un romanzo, che si raggira intorno a tal epoca? Quali saranno le imprese dei Milanesi, perchè il romanzo è intitolato Storia Milanese? O, per tacer delle imprese della nazione, quali almeno saranno i fatti di un qualcheduno fra i Milanesi, quali le vicende di lui, o vere, o immaginarie, che si colleghino colle vicende pubbliche, e formino insieme un compiuto e commovente quadro dei tempi? Quali saranno gli eroi? Forse l'ambizioso Governator di Milano promotore della guerra che si accende in Italia? Forse il coraggioso Duca di Nevers, che difende animosamente i diritti della sua casa? Forse il Marchese Spinola, che viene a correggere gli errori del Cordova? Forse gli oppugnatori o i difensori di Casale, di Vercelli e di Torino, Spagnuoli o Francesi che sieno, Alemanni o Italiani, poichè tali sono gli eroi e le vicende di quell'epoca? Nè un solo di cotesti personaggi è l'eroe del romanzo, nè una sola di siffatte vicende forma il soggetto dell'istoria scoperta e rifatta dal Manzoni. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due poveri lavoratori del contado di Como, sono gli eroi per cui dobbiamo interessarci; se si sposeranno, o no, è l'importante vicenda che tener deve gli animi nostri sospesi... Eccovi, o lettori, tutto il tessuto di questa istoria milanese rifatta: e s'ella è cosa che meriti il nome di storia, giudicatelo voi... Ditemi, per vostra fede, il soggetto è egli interessante? Due contadini, che per prepotenza di un nobile e per dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad un'epoca storica qualunque ella sia? E questa epoca storica vi par ella bene svolta e presentata nel suo più bel punto di vista? E che cosa avete imparato dalle vicende dei vostri maggiori, per cui possiate gloriarvi, o almeno intenerirvi e piangere con quel generoso sentimento che ispirano le nobili sventure? Gentiluomini scapestrati o sciagurati, popolo avvilito o affamato, peste fomentata per ignavia dei dominatori e per ignoranza dei dominati! Dov'è un sentimento generoso, un nobile affetto, una grande passione? Dov'è un eroe su cui riposino con compiacenza i vostri occhi affaticati dallo schifo spettacolo che avete dinanzi? Dove un grand'uomo, che comparisca qual faro nella notte di quest'epoca tenebrosa? Il solo cardinal Borromeo, personaggio episodico, è l'unica figura che spicca in certo qual modo in questo quadro disgustoso. Ma se l'A. voleva introdurre il cardinal Borromeo, perchè confinarlo in un villaggio ad affaticarsi intorno a cose di sì lieve momento? E un uomo di tanta autorità non poteva essere posto in situazione più degna di lui? E i vizi dei tempi non gli presentavano più vasto campo ove luminose apparissero le sue virtù? È bensì vero che ei divide il suo pane cogli affamati, che si adopera ad allontanare il flagello della peste, che si mostra pieno di cristiana carità: ma tutto ciò è raccontato per incidenza, e in nulla coopera all'andamento dell'azione, alla sostanza del soggetto. E dove pure ciò fosse, il cardinal Borromeo era egli un personaggio da romanzo?».
Il Pezzi nella Gazzetta di Milano pigliò le difese del Manzoni, scrivendo, tra le altre cose: «Il voler nei romanzi restringere l'importanza dei principali personaggi alle sole classi elevate, sarebbe lo stesso che stendere un piede alla catena quando si può esser liberi. Con un tal principio infinità di romanzi bellissimi avrebbero avuto l'ostracismo. Ci ha grandezza d'animo, virtù luminose, importanza in tutte le condizioni. E quanto più l'umiltà di alcune è posta in conflitto colla baldanza d'alcune altre, tanto maggiore è quell'effetto drammatico che debbe essere lo scopo delle opere destinate a commuovere. Che la storia sia combinata colla finzione e questa con quella, in guisa che l'una non possa stare senza dell'altra, il prova l'opera del Manzoni; per riguardo alla quale anzi non esitiamo a dire che la finzione è talmente fusa nella storia, che non si saprebbe scernere l'una dall'altra. Infatti, da questa fusione appunto, a cui l'autore volse i maggiori suoi studi, deriva l'interessamento che desta la lettura d'un romanzo, che, a parer nostro, veste tutti i caratteri della verità. In quanto al modo, nessuno potrà negarlo alle venture dei Promessi Sposi, poichè dal cominciamento allo sviluppo, la condotta, piana e regolare, s'unisce naturalmente a episodi senza incontrare ostacoli. In quanto allo scopo, esso è semplicissimo, perchè morale, nè sapremmo al certo indicarne un migliore. In fine, che l'azione conservi una tal quale unità e che gli episodi siano connessi all'azione in modo di concorrere all'andamento di essa, è provato del pari nell'opera del Manzoni con questo argomento: tolga la Vespa un solo degli episodi importanti dall'opera stessa e ne vedrà l'orditura scompaginata in modo da non potersene raccapezzare il filo. Se la Vespa voleva di botto veramente dar nel segno col pungolo, l'opera presentavale un lato vulnerabile in alcune prolissità, in certe minutezze ed in parecchie locuzioni non lodevoli; le quali cose, quantunque possano riguardarsi come lievi macchie in molta luce, sarebbero da sopprimere, o da emendare»[42].
Il Romani, che non era uomo da perdersi ne' panni, non ci si perse, e così prese a ribattere le critiche: «Sapete voi, o lettori, che si è risposto finora?—L'edizione fu esaurita in pochi giorni.—Lo so anch'io.—Moltissimi leggitori, che non furono in tempo di procurarsela, la chiesero a prestito.—Questi furono i più fortunati.—Molti altri, per averne gli esemplari, li pagarono il doppio e il triplo.—E i più sfortunati furono questi.—Per tacere dei Fogli italiani, quelli dell'estero ne fanno gli elogi.—Pesateli bene.—Se ne preparano nuove edizioni, traduzioni, incisioni, pitture, ecc. ecc.—Se ne son fatte per libri peggiori di questo.—L'autore è festeggiato in patria e fuori.—Davvero che ci ho gusto.—Ma lo smercio, le edizioni, le lodi dei giornali, le feste degli amici e le mense reali[43], e mille altre vie di farsi largo in letteratura, come provano che il soggetto dei Promessi Sposi sia interessante?—E la pubblica opinione la conti tu per niente, direte voi?—Alle volte molto, alle volte poco, dirò io. Non ho forse udito, in Italia, fischiare ad una tragedia dell'Alfieri ed applaudire a Santa Margherita da Cortona? Preferire al Tasso i Lombardi alla prima crociata? Vilipendere il Chiabrera ed altri sommi poeti ed encomiare le Melodie liriche? Nausearsi delle tragedie dell'Alfieri e dilettarsi perfino di Ser Gianni Caracciolo?[44].—Che il soggetto dei Promessi Sposi sia interessante, lo prova la spontanea universal confessione di quanti lo lessero in buona fede, di non averne potuto sospendere la lettura che a malincuore, e con impazienza di riprenderla.—Gli è giusto a cotesti lettori di buona fede ch'io cerco aprir gli occhi, e ch'io grido: Signori miei, non è tutto oro quel che luce: non badate all'apparenza, esaminate la sostanza»[45].
Il Romani, benchè scrivesse in fine al terzo de' suoi articoli: «sarà continuato», non proseguì; tanta e così generale fu l'indignazione che si levò contro di lui, da ridurlo al silenzio. Con rabbia feroce aveva dilaniato i Lombardi alla prima crociata del Grossi; questa nuova rabbia contro il romanzo del Manzoni era la seconda di cambio. Gli fu detto basta, e intese.
Chi passò il segno anche più del Romani nel malmenare i Promessi Sposi fu l'ab. Giuseppe Salvagnoli Marchetti di Empoli[46]; e il «sunto» che ne fece merita d'essere dissepolto. «Bel modo in vero d'istruire le donne! Empir loro la testa di stravaganze, di sciocchezze, di fatti e di passioni fuori del naturale, che invece d'insegnarti il vero e di dilettarti col bello, col buono, ti traggono la mente all'errore e il cuore al disordinamento delle passioni, insomma alla follia. Che utile verrà mai alle donne, se in uno stile bislacco e pieno zeppo di similitudini sconce, e che in nulla tengono al paragone; di metafore ardite e stravaganti; di parole non italiane, e proprie di un cattivo dialetto; di frasi, composte d'idee e di parole fra sè contrarie; che utile, io dico, ne verrà mai alle donne, se, fra tanta sozzurra, tu mostrerai a colori vivissimi un parroco, che tradisce per paura il suo alto ministero; un signorotto, che ruba le fanciulle, e fa uccidere chi gli dice una mezza parola in contrario; un cugino di questo birbo, che a furia di scherni più e più lo aizza al malfare; un zio, che atterrisce un provinciale di cappuccini e lo forza a mandar cento miglia lontano un buon frate, che voleva opporsi al nipote, perchè tanto male non mandasse ad effetto; una signora, fatta monaca per forza, che rompe sfacciatamente i suoi voti, che fa uscire di vita la sua conversa, la quale si è accorta della sua tresca, e che finalmente consegna, perchè ne sia fatto scempio d'iniquità, a quel birbo signorotto un'innocente fanciulla, a lei sotto la fede dell'ospitalità, o sotto la parola d'onore affidata; una fanciulla imbecille, che trema al bene e al male e che crede di aver fatto voto di verginità perchè si è messa una corona al collo; uno scimunito lanaro, che mentre dovea fuggire il potente che lo inseguiva, si ubbriaca in un'osteria e a tutti racconta dall'a fino alla z le cose sue; un signore, anche più birbone dell'altro, che fa d'ogni erba un fascio, e che per le lacrime di una ragazza (e chi sa quante ne aveva rubate, e alle lacrime di quante mai aveva insultato!) diviene un agnello? Basterà forse il contrapporre a tanto male e a tanta sciocchezza la vera carità e franca di un buon cappuccino, e l'angelico carattere di un santo arcivescovo? No davvero: chè, pur troppo, nella gioventù gli esempi del male fanno sì forte impressione, che non bastano a cancellarla, cento mila volte duplicati esempi di bene. Ed è troppo grave errore e troppo nociva cosa il dipingere agli uomini, e specialmente ai giovani, le scelleraggini, e le conversioni al bene sì repentine e sì facili, che essi possano trarre per conseguenza:—Operiamo pur male a nostro talento quanto ci piace, alla fine, quando saremo stanchi, ci volgeremo a Dio, ed egli non ci ributterà, purchè tenghiamo sempre sopra il letto l'immagine del Crocefisso e della Madonna.—Queste son dottrine che rovesciano ogni legge divina e umana e che riducono la società ad una selva di bruti, ove chi ha più denari, e in conseguenza più forza, opprime, strazia e divora il suo fratello, insultando all'umana giustizia; persuaso che la divina non ha saette per coloro che hanno fisso in cuore di ritornare a Dio quando saranno tutte sbramate le voglie e tutte spente le passioni. Oh! la divina morale!»[47].