[30] La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.
[31] Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.
[32] L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.
[33] Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.
[34] Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.
[35] Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «Il Globo ha delle dottrine ultra-romantiche, e nella Rivista il Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugli Sposi promessi d'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».
[36] Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli della Storia delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».
[37] Mamiani T., Manzoni e Leopardi; nella Nuova Antologia; XXIII, 760-762.
[38] Tragedie e poesie varie di Alessandro Manzoni, colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del barone Camillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.
[39] Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.