I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt'affannata. «Ah siete qui!» disse questa, cavando fuori la parola a stento: «com'è andata? cos'è la campana? mi par d'aver sentito....»
«A casa, a casa,» diceva Renzo, «prima che venga gente.» E s'avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: «dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento!»
«Sei tu che...?» cominciava Agnese.
«Cosa c'è d'altro?» domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.
«C'è il diavolo in casa,» riprese Menico ansante. «Gli ho visti io: m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.»
Renzo, ch'era il più in sè di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d'uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. «Cammina avanti,» gli disse. «Andiam con lui,» disse alle donne. Voltarono, s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del cielo, non c'era ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.
Non s'eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: «che diavolo c'è?» Quando Ambrogio sentì una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzío, ch'era accorso molto popolo, rispose: «vengo ad aprire.» Si mise in fretta l'arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e l'aprì.
«Cos'è tutto questo fracasso?—Cos'è?—Dov'è?—Chi è?»
«Come, chi è?» disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era messo così in fretta: «come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto.» Si voltan tutti a quella casa, vi s'avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c'è una finestra aperta: non si sente uno zitto.
«Chi è là dentro?—Ohe, ohe!—Signor curato!—Signor curato!»