«Di Lecco.... cioè del territorio.»
«Povero giovine! per quanto ho potuto intendere da' vostri discorsi, ve n'hanno fatte delle grosse.»
«Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di politica, per non dire in pubblico i fatti miei; ma.... basta, qualche giorno si saprà; e allora.... Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia, non ho voglia d'andar più lontano.»
«No, no; venite dov'ho detto io, che c'è poco,» disse la guida: «qui non istareste bene.»
«Eh, sì;» rispose il giovine: «non sono un signorino avvezzo a star nel cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone, mi basta: quel che mi preme è di trovar presto l'uno e l'altro. Alla provvidenza!» Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva l'insegna della luna piena. «Bene; vi condurrò qui, giacchè vi piace così,» disse lo sconosciuto; e gli andò dietro.
«Non occorre che v'incomodiate di più,» rispose Renzo.
«Però, «soggiunse, «se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere.»
«Accetterò le vostre grazie,» rispose colui; e andò, come più pratico del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accostò all'uscio che metteva in cucina, alzò il saliscendi, apri, e v'entrò col suo compagno. Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta, non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli, tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche correre berlinghe, reali e parpagliole, che, se avessero potuto parlare, avrebbero detto probabilmente:—noi eravamo stamattina nella ciotola d'un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del tumulto, che tutt'intento a vedere come andassero gli affari pubblici, si dimenticava di vigilar le sue faccendole private.—Il chiasso era grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S'alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch'ebbe la guida,—maledetto!—disse tra sè:—che tu m'abbia a venir sempre tra piedi, quando meno ti vorrei!—Data poi un'occhiata in fretta a Renzo, disse, ancora tra sè:—non ti conosco; ma venendo con un tal cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti conoscerò.—Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia dell'oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi.
«Cosa comandan questi signori?» disse ad alta voce.