«Bravo! bravo!» gridarono, sghignazzando più forte, i compagnoni; a nessuno dei quali passò per la mente che quelle parole fossero dette davvero.

«Credono ch'io canzoni; ma l'è proprio così,» disse Renzo alla sua guida; e, girando in mano quel pane, soggiunse: «vedete come l'hanno accomodato; pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo! Se ci si trovavan di quelli che han l'ossa un po' tenere, saranno stati freschi.» E subito, divorati tre o quattro bocconi di quel pane, gli mandò dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse: «da sè non vuol andar giù questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S'è fatto un gran gridare!»

«Preparate un buon letto a questo bravo giovine,» disse la guida: «perchè ha intenzione di dormir qui.»

«Volete dormir qui?» domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola.

«Sicuro,» rispose Renzo: «un letto alla buona; basta che i lenzoli sian di bucato; perchè son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.»

«Oh, in quanto a questo!» disse l'oste: andò al banco, ch'era in un angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto di carta bianca in una mano, e una penna nell'altra.

«Cosa vuol dir questo?» esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello stufato che il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con maraviglia, soggiunse: «è il lenzolo di bucato, codesto?»

L'oste, senza rispondere, posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il gomito destro; e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse: «fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria.»

«Cosa?» disse Renzo: «cosa c'entrano codeste storie col letto?»