Entrò anche in questa come potè; andò all'altare e, dopo essere stato alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo. Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch'era un giovine un po' vivo, un po' testardo, un po' collerico. Ma, a più particolari e precise domande, dovette rispondere ch'era un galantuomo, e che anche lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle diavolerie che avevan detto.
«In quanto alla giovine,» riprese il cardinale, «pare anche a voi che possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?»
«Per ora,» rispose don Abbondio, «può venire e stare, come vuole: dico, per ora; ma,» soggiunse poi con un sospiro, «bisognerebbe che vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.»
«Il Signore è sempre vicino,» disse il cardinale: «del resto, penserò io a metterla al sicuro.» E diede subito ordine che, il giorno dopo, di buon'ora, si spedisse la lettiga, con una scorta, a prender le due donne.
Don Abbondio uscì di lì tutto contento che il cardinale gli avesse parlato de' due giovani, senza chiedergli conto del suo rifiuto di maritarli.—Dunque non sa niente,—diceva tra sè:—Agnese è stata zitta: miracolo! È vero che s'hanno a tornare a vedere; ma le daremo un'altra istruzione, le daremo.—E non sapeva, il pover'uomo, che Federigo non era entrato in quell'argomento, appunto perchè intendeva di parlargliene a lungo, in tempo più libero; e, prima di dargli ciò che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni.
Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al sicuro eran divenuti inutili: dopo che l'aveva lasciata, eran nate delle cose, che dobbiamo raccontare.
Le due donne, in que' pochi giorni ch'ebbero a passare nella casuccia ospitale del sarto, avevan ripreso, per quanto avevan potuto, ognuna il suo antico tenor di vita. Lucia aveva subito chiesto da lavorare; e, come aveva fatto nel monastero, cuciva, cuciva, ritirata in una stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po' fuori, un po' lavorava in compagnia della figlia. I loro discorsi eran tanto più tristi, quanto più affettuosi: tutt'e due eran preparate a una separazione; giacchè la pecora non poteva tornare a star così vicino alla tana del lupo: e quando, quale, sarebbe il termine di questa separazione? L'avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo dentro le sue congetture allegre: che Renzo finalmente, se non gli era accaduto nulla di sinistro, dovrebbe presto dar le sue nuove; e se aveva trovato da lavorare e da stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle sue promesse, perchè non si potrebbe andare a star con lui? E di tali speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la quale non saprei dire se fosse maggior dolore il sentire, o pena il rispondere. Il suo gran segreto l'aveva sempre tenuto in sè; e, inquietata bensì dal dispiacere di fare a una madre così buona un sotterfugio, che non era il primo; ma trattenuta, come invincibilmente, dalla vergogna e da' vari timori che abbiam detto di sopra, andava d'oggi in domani, senza dir nulla. I suoi disegni eran ben diversi da quelli della madre, o, per dir meglio, non n'aveva; s'era abbandonata alla Provvidenza. Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o diceva, in termini generali, di non aver più speranza, nè desiderio di cosa di questo mondo, fuorchè di poter presto riunirsi con sua madre; le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le parole.
«Sai perchè ti par così?» diceva Agnese: «perchè hai tanto patito, e non ti par vero che la possa voltarsi in bene. Ma lascia fare al Signore; e se.... Lascia che si veda un barlume, appena un barlume di speranza; e allora mi saprai dire se non pensi più a nulla.» Lucia baciava la madre, e piangeva.