VIII.
Nel Carme v'è un accenno oscuro a malignazioni e a calunnie[12]. Il Manzoni le disdegnò in Milano, e disdegna ora, a Parigi, d'intrattenerne l'ombra dell'Imbonati.
Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili, che oziosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L'operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita,
Non li curando.
Chi sa? ma furon forse appunto le «grida» dei maligni, che infastidirono, a lungo andare, anche la Giulia e l'amico suo, e l'indussero a lasciar Milano. Giancarlo, già, pare, infermiccio, dispose, l'ottobre del 1795, di tutta la sua sostanza: ad eccezione di qualche speciale legato, nominava sua erede la Giulia; «e questa mia libera e irrevocabile disposizione», dichiarava per man di notaio, «è per un attestato, che desidero sia reso pubblico e solenne, di que' senti menti puri e giusti, che debbo e sento per detta mia erede, per la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto non solo una compiuta sodisfazione degli anni con lei passati, ma un'intima persuasione di dovere alla di lei virtù e vero disinteressato attaccamento quella tranquillità d'animo e felicità, che m'accompagnerà fino al sepolcro». E si misero in cammino. Viaggiarono un po' qua e un po' là per l'Europa; visitarono anch'essi—era un dovere di moda, per gli spiriti ansiosi del rinnovamento politico: si pensi al Montesquieu e all'Alfieri, al Voltaire e al Foscolo, alla Staël e al Baretti!—l'Inghilterra; e finalmente si stabilirono a Parigi. Qui il nome di Beccaria era la più valida delle commendatizie; e i due amici furono accolti e festeggiati nei ritrovi più intellettuali, in casa Condorcet, soprattutto, e alla villa della Maisonnette a Meulan. L'idillio non fu spezzato che dalla morte di Giancarlo, che avvenne il 15 marzo 1805.
In quei giorni appunto si concertava di chiamare a Parigi anche Alessandro, oramai sui venti anni. Dall'ombra dell'Imbonati il poeta si fa dire:
E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno, e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti....
Ed egli di rimando:
Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l'esser teco presentia, chi detto
M'avria che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.