«Lascia fare a me,» gli disse un monatto; e strappato d'addosso a un cadavere un laido cencio, l'annodò in fretta, e, presolo per una delle cocche, l'alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste di buttarglielo, gridando: «aspetta, canaglia!» A quell'atto, fuggiron tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.
Tra i monatti s'alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di risa, un «uh!» prolungato, come per accompagnar quella fuga.
«Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?» disse a Renzo quel monatto: «vai più uno di noi che cento di que' poltroni.»
«Certo, posso dire che vi devo la vita,» rispose Renzo: «e vi ringrazio con tutto il cuore.»
«Di che cosa?» disse il monatto: «tu lo meriti: si vede che sei un bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che, finita la moría, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima loro che la moría; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria, e a sguazzar per Milano.»
«Viva la moría, e moia la marmaglia!» esclamò l'altro; e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt'e due le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse a Renzo, dicendo: «bevi alla nostra salute.»
«Ve l'auguro a tutti, con tutto il cuore,» disse Renzo: «ma non ho sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento.»
«Tu hai avuto una bella paura, a quel che mi pare,» disse il monatto: «m'hai aria d'un pover'uomo; ci vuol altri visi a far l'untore.»
«Ognuno s'ingegna come può,» disse l'altro.
«Dammelo qui a me,» disse uno di quelli che venivano a piedi accanto al carro, «chè ne voglio bere anch'io un altro sorso, alla salute del suo padrone, che si trova qui in questa bella compagnia.... lì, lì, appunto, mi pare, in quella bella carrozzata.»