Pochi giorni prima, il 27 gennaio, così Alessandro informava il Fauriel di quanto era per accadere:
«Je vous dirai donc que mon épouse a seize ans, un caractère très doux, un sens très droit, un très grand attachement a ses parents, et qu'elle me paraît avoir un peu de bonté.—Pour ma mère elle a une tendresse si vive et mêlée de respect, qu'elle tient vraiment du sentiment filial; aussi ne l'appelle-t-elle jamais qu'avec le nom de maman.—Vous trouverez sans doute que je suis allé un peu vite, mais après l'avoir vraiment connue, j'ai cru tous le retards inutiles; sa famille est des plus respectables pour l'amitié qui y règne et pour la modestie, la bonté, et tous les bons sentiments.—Enfin je ne doute pas de faire mon bonheur et celui de ma mère, sans lequel il n'y en peut avoir pour moi...... Les prêtres ne veulent pas bénir mon mariage à cause de la différence de religion, et cela donnera encore matière à tant de propos, que nous supporterons jusqu'à ce qu'ils aient commencé a nous ennuyer. Enfin ne vous étonnez pas si nous retournons a Paris avec vous».
E a Parigi difatto tornarono, e vi si stabilirono. Ma colà, il 15 febbraio del 1810, nella cappella privata del conte Marescalchi, ministro degli Affari Esteri del Regno d'Italia, l'abate Costaz, parroco della Maddalena, riconsacrò col rito cattolico l'unione del futuro cantore degl'Inni sacri con la mite Enrichetta, di protestante divenuta cattolica fervente. Il Manzoni—non più brancolante, nella vita, tra l'epicureismo giacobino e volterriano e il paganesimo alfieriano e montiano, e, nell'arte, tra il «furor santo» d'Euterpe e «l'amaro ghigno» di Talia—ritrovava finalmente sè stesso. Oh non l'appassionata e ribelle Giulia Beccaria, pagana ed epicurea, poteva essere la Musa domestica di colui che avrebbe delineate le tenere e leggiadre figure di Ermengarda, d'Antonietta Visconti, di Matilde, di Gertrude, di Lucia! Quella Musa fu invece la donna soave, «la quale insieme con le affezioni coniugali e con la sapienza materna potè serbare un animo verginale». Dolce e pudica creatura, di cui a noi pare di sorprender quasi il suon della voce, quando ascoltiamo le tenerissime parole d'Ermengarda morente:
....Tu eri mio: secura
Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
Questo labbro pudico osato avrìa
Dirti l'ebbrezza del mio cor segreto.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga
Qui presso a te: son così stanca! Io voglio
Star presso a te; voglio occultar nel tuo
Grembo la faccia.....
Caro idillio domestico: da cui nasceranno nove fiorenti figliuoli; e gl'Inni, la Morale cattolica, le due tragedie e il Romanzo immortale.
Milano, nel giugno del 1904.