«Lui?» disse don Rodrigo: «me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica se non ha fatta la sua carovana?»
In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sè medesimo:—queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto.
«Sarà,» disse il cugino: «ma il padre.... come si chiama il padre?»
«Padre Cristoforo,» rispose più d'uno.
«Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile.»
«Animo, dottore,» scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, «animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.»
«In verità,» rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, «in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza.»
Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate.
Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un'altra. «A proposito,» disse, «ho sentito che a Milano correvan voci d'accomodamento.»