«Cugino, quando pagate questa scommessa?» disse, con un fare di malizia e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i servitori.
«San Martino non è ancor passato.»
«Tant'è che la paghiate subito; perchè passeranno tutti i santi del lunario, prima che....»
«Questo è quel che si vedrà.»
«Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son tanto certo d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra.»
«Sentiamo.»
«Che il padre.... il padre.... che so io? quel frate in somma v'ha convertito.»
«Eccone un'altra delle vostre.»
«Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, nè con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a far qualche missione un po' lontano, parlerà de' fatti vostri. Mi par di sentirlo.» E qui, parlando col naso, e accompagnando le parole con gesti caricati, continuò, in tono di predica: «in una parte di questo mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi, e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, amico più delle femmine, che degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio, aveva messo gli occhi....»
«Basta, basta,» interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo annoiato. «Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io.»