[100] Vedi, in questo volume, il saggio Della moralità delle opere tragiche, alle pagine 433-36.

[101] Vedi, in questo volume, a pag. 302-03 e 336.

[102] Cfr. M. De Staël, De l’Allemagne, II pt., ch. 18; e B. Constant, Mélanges de littérature et de politique, Bruxelles, 1838, p. 216 ss.

[103] L’episodio gentile e commovente del giovinetto Pergola (sc. 3ª, p. 221-22), che a quel ch’io so non ha fondamento nella storia, è bensì d’ispirazione omerica, ma la maniera ond’è ricolorito si direbbe modellata su Schiller. Come pure, il senatore Marco rassomiglia, nell’eccessiva perfezione morale, specialmente al Marchese di Posa; nonostante che di quei caratteri un po’ rigidi sia altresì popolato il teatro del nostro Alfieri.

[104] Vedi in questo volume, a pag. 281 ss.

[105] «Il popolo!... Qui non c’è popolo, voi lo sapete bene; altrimenti voi non osereste trattarci così, lui e me! Qui c’è una plebe, forse, i cui sguardi vi farebbero vergognare; ma essi non ardiranno nè gemere nè maledirvi, salvo che col loro cuore e con gli occhi». (Atto V).—Conobbe il Byron la tragedia manzoniana, pubblicata l’anno avanti? Non lo credo impossibile, in ispecie se si tien conto degli accenni al processo del Carmagnola, la cui innocenza qui è data per sicura, verso la fine dell’atto IV. Il senatore Barbarigo dice del doge Francesco Foscari, che fu quegli che lo condannò: «Eppure egli sembra un uomo così aperto!...». E il patrizio Loredano: «Così anche sembrava, poco tempo fa, al Carmagnola!—L’accusato e straniero traditore?—Proprio così!.... E il valoroso Carmagnola è morto!...—Carmagnola era vostro amico? —Egli era la difesa della città. Nella sua giovinezza, era stato suo nemico; ma nella sua virilità, prima il suo salvatore e poi la sua vittima.—Ah questa pare sia la pena che tocca a chi salva le città!».

[106] Anche altre voci si potrebbero raccogliere. Un ser Gherardini de Fulgineo per esempio, citato dal Battistella (Il Conte di Carmagnola, studio storico con documenti inediti, Genova, 1889, p. 394), scriveva da Firenze al Marchese d’Este, il 15 maggio 1432: «....Et la prexa et la morte del Carmagnola è ogni dì più vituperata et biasemata qui. Et dicese largo che questo acto, oltra la vergogna, è la desfactione de la liga».—Il Giovio attesta ch’ei fu giustiziato «ea fama, ut nonnulli eum indignissime damnatum dicerent, quod avaritia praecipitique malignitate maturatum ei exitium arbitrarentur. Nam ex damnati opibus supra ducenta milia aureorum nummum ad Fiscum redibant.... Auxit autem invidiam atrocis inexpectatique supplicii spectaculum interdiu populo editum, quum indigne tantus imperator ad Columnas rubras ubi noxii plecti solent, inserto in os ligneo lupato ne vociferari posset, traheretur; multis aut insontis calamitatem, aut aequo severius ingrati Senatus decretum detestantibus; quum egregie fortiterque rerum bello gestarum recens memoria spectantium animos, excitis fere lachrymis, ad misericordiam permoveret».—Per quel ch’è poi della vera o presunta reità del Carmagnola, a me pare, pur dopo il tanto arrabattarsi degli apologisti del Senato Veneto, che rimanga inesorabilmente giusto il giudizio del Machiavelli, nel Principe (cap. XII, § 7, ediz. Lisio), al quale il Manzoni sembra essersi ispirato: che cioè i Veneziani, veduto «el Carmignola.... virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el Duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non potere più vincere, perchè non voleva, nè potere licenziarlo per non riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo».

[107] Vedi, in questo volume, a pag. 282 ss.—Il Conte, nel primo getto (pag. 280), accennava anch’egli amorevolmente a suo padre; quando al fido Marco esponeva quel che avrebbe fatto dopo la vittoria:

«Se vincitor ritorno,

E non solo,.....qui finalmente