[5] Anche più giù (vv. 326-7) il poeta dirà che, senza le Grazie, «nè gl’Immortai son usi Mover mai danza o moderar convito». E senza danze, non pareva possibile una poesia di sapore classico!
[6] C’è, nel concetto e nel concento di questi versi, qualcosa che ricorda il magnifico brano del Mezzogiorno pariniano (v. 285 ss.): «Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra....». Cfr. la mia edizione, la 2ª, delle Poesie di G. Parini, Milano, Hoepli, 1906, pag. 273.
[7] Già nel Parini (Mezzogiorno, v. 882 ss., pag. 290) era un notevole accenno a Urania, confortatrice de’ suoi «irti alunni, smarriti, vergognosi, balbettanti», a opere grandiose di civiltà: le piramidi, gli obelischi, le dighe.
[8] Poesie di A. Manzoni scelte e annotate ad uso delle scuole da A. D’Ancona; Firenze, Barbèra, 1892; pag. 17.—È degno di ricordo che il Monti si proponesse, in una prima forma vagheggiata della Musogonia, «di ricondurre in terra le Muse a beneficare il genere umano, traendo gli uomini dalla vita selvaggia, congregandoli in società, e insegnando loro la virtù, la giustizia, e tutte le arti e tutte le scienze». Così egli scriveva nell’Avvertimento premesso al poema nell’edizione veneziana del 1797.—Codesto era un tema poetico di moda. Anche il Gray aveva, nel Progress of the Poesy, adombrato lo stesso concetto. Cfr. B. Zumbini, Sulle poesie di Vincenzo Monti; Firenze, Le Monnier, 1886, pag. 198 ss.
[9] Il Foscolo stesso nella versione dell’Iliade (II, 848): «e la vallea di Mileto Cui pingui ombrano i buoi».
[10] L’alta regina Amalia Augusta di Baviera, regia sposa di Eugenio Beauharnais, consacrava un candido cigno alle Grazie, «grata agli Dei del reduce marito Da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni».
[11] Nuovi saggi critici; Napoli, 1879, pag. 160.
III.
Il periodo veramente fecondo dell’operosità poetica del Manzoni va dal 1812, in cui egli scrisse La Resurrezione, al 1822, in cui pubblicò La Pentecoste: un decennio glorioso per la nostra letteratura, del quale ogni anno è contrassegnato da un capolavoro. Un inno sacro apre la serie, un altro inno sacro la chiude.
A chi non ripugna l’immaginoso e il romanzesco nella vita dei grandi uomini, il colpo di scena, il miracolo, piace di vedere una barriera, o un sipario, tra il Manzoni dei due carmi paganizzanti e il Manzoni degl’Inni. E piace di prestar fede all’aneddoto raccontato da qualche biografo, che fa del Manzoni dinanzi alla chiesa di San Rocco a Parigi un quissimile di Paolo sulla via di Damasco. Narrano ch’ei fosse, lì vicino, colto da un malore repentino, ed entrasse. Imbruniva, e nel tempio si pregava. Quei canti sacri che parean lamento lo avrebbero profondamente commosso; e in un subito, l’indurito miscredente e volterriano si sarebbe trasformato—taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio!—in un convinto e fervente cattolico. «Ma così», ha esclamato il D’Ovidio[12], «si convertono forse le nature fantastiche e sentimentali! Ben altro ci volle, certamente, per ismuovere quel giovane che dovea presto mostrare un animo, ricco bensì di potente fantasia e di vivace sentimento, ma capace di dominar l’una e l’altro con una riflessività ed una razionalità senza pari!»[13].