Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzone Aprile 1814, che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno al Decennio dell’operosità poetica del Manzoni (qui avanti, pag. LXXVIII ss.).
Le altre poesie giovanili (i Sermoni, le Odicine erotiche e pariniane, il Trionfo della Libertà ecc.), delle quali ebbi già occasione di toccare nell’altro mio scritto su Gli anni di noviziato poetico del Manzoni (pag. XIV ss., XXV ss.), premesso al volume I di queste Opere, saranno raccolte in un volume posteriore.
Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia) o letteraria (il Discorso sul Romanzo storico e la Lettera sul Romanticismo) o filosofica (il Dialogo dell’Invenzione), le quali stanno da sè, e possono meglio aggrupparsi con la Storia della Colonna Infame e con gli scritti sulla Lingua italiana.
Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però; e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]
In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti suoi articoletti della Coltura, il primo, per tempo e per merito, dei manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138] Questi avevan trovato più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli eterodossi.
Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate le varianti delle prime edizioni.[139] Chi vorrà gettarvi un’occhiata, troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al mietere.
Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia. Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello della prosa o conosce poco o non conosce affatto. [140] E lo stesso inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia, nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza armonica, e muta, per esempio, in tra quanti mai fra o in fra gli erano altra volta caduti dalla penna, [141] può trovarsi costretto a lasciar correre, nelle tragedie, un «fra tante ambasce» (pag. 114), un «ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli» (240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria, anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203, 234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare altrettanti tra. E può esser curioso notare come nel verso (41):
Fia risoluta in fra noi due la lite,
ei s’affretti bensì a cancellare l’in, ma non trasformi in tra il fra; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva scritto: «in fra costor chiarito...».