Ove, di selva coronate, attolle

La mia città le favolose mura,

Prego, suoni quest’Inno: e se pur degna

Penne comporgli di più largo volo

La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno

Sposa gentil, che a te gradito ei vegna

Chieggo a le Grazie.

E continua. Fin dai primi anni, quando il Desiderio ci è compagno crudele nel cammino della vita, ho nutrito una cara speranza: che l’Italia annoverasse me pure tra’ suoi poeti. L’Italia, che da lungo tempo è ospizio delle Muse; non già la culla, poichè esse nacquero in Grecia. Ma quando queste dive lasciarono i laureti achei, esse sdegnarono di porre la nuova dimora altrove che qui. È vero che vi rimasero mute durante tutto quel tempo che i barbari recaron l’oltraggio, non ancor vendicato, alla donna latina, «dal barbaro ululato impäurite»; non però abbandonarono l’infelice amica. Che anzi, la Poesia italiana,—questa vergine bella ed aspettata dalle genti, le quali, tacendo essa, mancarono di qualunque sorriso—, si sollevò poi ad alte cose, rinascendo più vigorosa da le turpi unniche nozze.

E tu le bende e il manto

Primo le désti, e ad illibate fonti