Se non da spirti: ed uom mortal giammai

Non li varcò!

Come gli saranno parse lunghe quelle quindici ore, che i suoi seimila e duecento cavalieri spesero su per gli aspri sentieri e i balzi dirotti, che separano la gola di Minouée dalla capanna della Vaccheria! La fanteria precedeva per la Valle d’Aosta, ed aveva ricacciata a Châtillon una colonna nemica, quand’ecco si trovò di fronte alle formidabili posizioni di Bard. La natura pareva avesse preparato il campo al nemico: «gli abissi intorno gli scavò per fossati», e i monti eran «le sue torri e i battifredi».

Ogni più picciol varco

Chiuso è di mura, onde insultare ai mille

Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ma non mancò neppur questa volta chi additò all’esercito invasore un sentiero, onde girare in largo e piombare alle spalle dei difensori. E mentre una divisione asserragliava il forte, la fanteria, e dietro di essa la cavalleria, sfilaron per greppi senz’orma, e giù per Ivrea sboccarono «in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti Carchi di poma».

Non è possibile che il poeta, il quale una ventina d’anni dopo intendeva a ricostruire, sugli scarsi accenni dei cronisti, il dramma della più remota discesa dei Franchi, e metteva sulle labbra del diacono Martino la immaginosa narrazione del suo singolare viaggio attraverso le Alpi ignote[79], non avesse l’occhio e la mente al memorando passaggio che s’era compiuto, per così dire, sotto i suoi occhi. Chi sa quanti racconti di testimoni, con quanti particolari, non gli sarà toccato d’ascoltare! E quanti colori non vi avrà attinto, anche per la magnifica scena che segue, dei Longobardi sorpresi, sconfitti, messi in fuga! Essa è così viva e mossa, come nessun’altra del nostro teatro tragico; anche più di quella, pur tanto ricca d’azione e d’affetti, in cui Saul, sopraffatto dai fuggenti e in cospetto dell’irrompente oste vittoriosa, soccombe.

Quel brillante ufficiale, che i Milanesi avevan già ammirato quattro anni avanti, rientrò il 2 giugno, alle 4 del pomeriggio, per porta Vercellina (ora Magenta), nella metropoli cisalpina, preceduto da gran fama, anche pei più recenti prodigi di valore e d’audacia compiuti nel traversare la Sesia e il Ticino, e con nuovo fasto principesco. Ma non ci si fermò se non due giorni: e poi via, a capo dei suoi cavalieri, per Piacenza, dove passò, con temerità sbalorditiva, il Po; per Voghera, dove sfilò al trotto sotto gli occhi sorridenti di Napoleone e quelli sorpresi del parlamentario austriaco; per i piani di Marengo. I Consoli, quando egli potè ritornare a Parigi col glorioso cognato, gli decretarono una spada d’onore. —Nel dicembre, conduce in Italia, pel Piccolo San Bernardo, un nuovo esercito; e occupa Ancona e la Toscana, e si stabilisce a Firenze, per trattare col Papa e col Re di Napoli, e costituire il Regno d’Etruria. Fa un colpo di testa, che gli riesce e gli attira nuove simpatie tra’ cisalpini: chiama «esercito d’Italia» quello che Napoleone aveva battezzato «corpo d’osservazione del Mezzogiorno». Benchè gli utopisti gli tengano il broncio, per non aver egli proclamata la repubblica a Firenze, a Roma, a Napoli; i patrioti meglio ispirati riappuntano in lui, francese, quegli sguardi di desiderio che Campoformio aveva stornati dal Corso fedifrago. Murat se ne compiace; e il 2 agosto, nel proclamare l’atto costituzionale della nuova monarchia, pronunzia un discorso, in cui accenna agli splendori medicei, ed esorta i Toscani a considerare i Francesi come un popolo amico, «il quale sa rispettare presso le nazioni straniere i principii monarchici, al modo stesso che sa mantenere in patria i principii repubblicani». Napoleone lo lascia fare e dire; anzi lo mette a capo di tutte le milizie francesi che si trovavano nella Penisola. Ed egli viene a stare a Milano. Indignato per le malversasazioni dei commissarii repubblicani, affretta la costituzione della Repubblica Italiana, con Napoleone presidente; e il 14 febbraio 1802, dopo d’aver passate in rivista, nella piazza tra il Duomo e la reggia, le sue belle truppe, tiene nella sala delle cariatidi un altro discorso, augurando le sorti più liete al nuovo Stato italiano che si costituiva sotto gli auspici tutelari di Bonaparte.

Pur troppo, il popolo lombardo aveva ivi stesso, sei anni innanzi, ascoltate proprio dalla bocca di costui parole anche più promettenti. «Vous serez donc libres», egli aveva detto nel fervore di quei primi entusiasmi liberaleschi, «et vous serez plus sûrs de l’être que les Français; Milan sera votre capitale, l’Oglio et le Serio seront vos barrières; la Romagne vous écherra et d’autres provinces encore; vous embrasserez les deux mers, et vous aurez une flotte!». Allora Vincenzo Monti—che fra que’ rapidi mutamenti politici non sapeva che pesci pigliare, o meglio, cercava di pigliarli tutti, ma l’un dopo l’altro gli sguisciavan di mano—aveva mutata, anzi capovolta, la fine della sua Musogonia. Dove prima, nel 1793, aveva inneggiato a Francesco d’Austria, italiano perchè nato a Firenze (il 12 febbraio 1768), invocando sul suo biondo capo il favore dei numi: