Il tuon che sopra i monti alto passeggia,
E il vento che fra gli antri romoreggia.
E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum. Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via; non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suo padiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire che Il poeta di teatro fu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchi venne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.
[80] Cfr. Zumbini, Werther e Jacopo Ortis; Napoli, 1905, pag. 18 n.
[81] Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’Adelchi. Vedi a pag. 145 e 147.
[82] Campagnes d’Italie. Cfr. Bouvier, Bonaparte en Italie, pag. 116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait formellement créer indépendante et libre la nation italienne».
XIX.
Firmata la pace d’Amiens, Murat sollecitò d’esser mandato a Roma e a Napoli, per sorvegliarvi il ritiro delle guarnigioni francesi; e sul Tevere ebbe accoglienze e doni principeschi, sul Sebeto una spada con l’elsa tempestata di diamanti. Il re Borbone prese le sue misure perchè i giacobini napoletani non gli facessero le feste che avevan preparate. Qualcosa i conservatori fiutavano, e l’avevano in uggia. A Milano essi s’erano stretti intorno al Melzi, e profittavano d’ogni occasione per porre Gioacchino in sospetto presso il despota. Insinuavano ch’egli alimentasse le ubbie unitarie, e tollerasse che fin nell’esercito codeste idee fossero diffuse e inculcate. Per parare il colpo, Murat denunziò alcuni ufficiali, e si mostrò scandalizzato che il vicepresidente avesse sofferto che dei brigands applaudissero in teatro La congiura dei Pazzi e La morte di Cesare (forse il Bruto secondo?). Ma c’ebbe la peggio. Napoleone lo costrinse a rappattumarsi col Melzi; e, profittando d’un nuovo suo congedo, lo trattenne presso di sè, nominandolo governatore di Parigi.
E per la causa italiana l’allontanamento di Murat fu una vera iattura. Eugenio e Giuseppe eran troppo ligi al re ed imperatore, e la loro principale virtù consisteva nell’obbedienza e nella remissione più completa. Valevan poco più di due mediocri prefetti. E quando, nell’agosto del 1808, a Gioacchino fu concesso di ripassare le Alpi, e d’assidersi sul trono di Napoli, era forse un po’ tardi: così per lui, che vi tornava di malavoglia, dopo d’avere invano sperato il trono di Polonia e quello di Carlo V; come pei popoli, disingannati circa l’égalité dei fratelli transalpini, e stanchi, sfiduciati, esausti.
Pure, le festose accoglienze che i Napoletani fecero e a lui e poi alla regina, gli ridiedero lena. Benchè sfornito di una vera flotta, egli, improvvisato ammiraglio, scacciò con un audace colpo di mano gl’Inglesi, che s’eran nientemeno che appollaiati a Capri. E poco appresso, li sloggiò nuovamente da Procida e da Ischia. Represse, con inusitata energia, il brigantaggio politico negli Abruzzi e nelle Calabrie. E intanto iniziò un illuminato riordinamento delle amministrazioni civili e militari. Aprì scuole d’ogni genere, dalle universitarie alle primarie, e non solo nella capitale ma fin nei borghi delle provincie. Si circondò di ministri paesani, non conservando che due soli francesi. Oh dunque, era mai vero che laggiù, in quelle terre così benedette da Dio e così maltrattate dai governi (si pensava che il governo nazionale avrebbe cangiato stile!), quel cavalier che tutta Italia aveva onorato e ammirato, quel signor valoroso, accorto e saggio, veniva creando uno Stato liberale? Alla bella aurora, che annunziava il nuovo sole di libertà presto a sorgere di dietro la rutilante vetta del Vesuvio, i magnanimi pochi rivolsero sospirosi lo sguardo.