XXXVII.

— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è perduto: il generale ci attende.

Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i destini d'Italia.

Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve:

— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne socchiusa la porta e cennò al compagno.

Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si trovarono di fronte.

Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di vergognarsi della propria fisica persona.

L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto.

— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il giovane generale.

— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o costituita, che non vedo in voi.