Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di madreperla, i bottoni di Grillo ligati in argento, le fibbie per la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale, una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli d'oro con castelli di pietre diverse.
E la voce dell'Orengo:
— Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor bianco, due gardanfan....
D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:
— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai, magnifico Orengo?
— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno di quell'arnese!
— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!
Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato d'argento, lo esaminava attentamente.
— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole, madamigella.
L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.