ARTICOLO DI UNA LETTERA[32] Al Sig. Dottore Giuseppe Priestley.
Como 10 Giugno 1775.
. . . . . . Io non so se tanto prometter mi debba dalle mie osservazioni, che esse anzichè importune, gradite vi riescano, e interessanti. Avanzandole siccome miei nuovi ritrovamenti, avvenir potrebbe un'altra volta che deluso rimanessi non altrimenti che accadde di quelle sopra il legno abbrustolito, cui la vostra eccellente Storia dell'Elettricità avveder mi fece, ma troppo tardi, essere state in parte da altri preoccupate. Or chi sa che la continuazione da voi disegnata della medesima Storia non venga per egual modo a rapirmi la gioconda illusione di queste nuove mie pretese scoperte? Comunque la cosa sia per riuscire, io dovrò non men d'allora saper grado alla lezione della vostra Storia del disinganno, e de' lumi che mi verrà porgendo; ma grado mille volte maggiore vi saprò, se fin d'ora mi significherete candidamente qual luogo, e parte io mi possa sicuramente attribuire nell'invenzione de' fatti, che a me sembran nuovi; e il valore che voi medesimo loro date.
Voi avete già inteso che l'Elettricità è il soggetto de' miei ritrovamenti. Or dirò il genere particolare intorno a cui s'aggirano. Egli è quel ramo, che se a buon diritto nol so, ha ottenuto di chiamarsi Elettricità Vindice[33]. Ecco in breve il capitale dell'invenzione che ha sorpreso me, e quanti finora furono a parte di un tale spettacolo. Io vi presento un corpo che una volta sola elettrizzato per brevissim'ora, nè fortemente, non perde mai più l'elettricità sua conservando ostinatamente la forza vivace de' segni a dispetto di toccamenti replicati senza fine. Voi tosto indovinate che sì fatto corpo vuol essere una lastra isolante vestita, e snudata a vicenda della sua armatura: ed è ciò appunto che io ho inteso di accennare, allorquando ho detto, che i fatti che sono per riferire appartengono all'elettricità vindice. Ma non che indovinare, durerete forse fatica a credere la costante vivacità de' segni, e più la straordinaria loro durevolezza, che è veramente quale ve la propongo, senza termini, o limiti, mentre osservato avrete, che troppo lungi ne sono que' che s'ottengono dalle lastre di vetro tenute in conto delle più eccellenti, e guernite della consueta armatura d'una foglia metallica reputata essa pure la più acconcia a tal uopo; infatti con tale apparato si hanno da principio alcune vive scintille, ma che ben presto illanguidiscono, e durano per lo spazio di poche ore in tempi ancora favorevolissimi. Perciò appunto io ho rifiutato, e le une, e le altre sostituendo alle lastre di vetro, quelle di ceralacca, di zolfo, o d'altra resinosa materia; e alle sottili, e pieghevoli foglie surrogando altre armature metalliche sì, ma ferme, e di volume assai più ampio, e modellate su lodevole forma d'un capace conduttore. E con ciò quantunque mi sembri d'avervi data un'idea generale della somma di questo nuovo apparato, permettetemi ch'io vi descriva parte a parte quello di cui fò uso, che è semplicissimo, e la maniera di trarne i promessi vantaggi.
Ho dunque un piatto di stagno con l'orlo che rileva poco più d'una mezza linea, d'un piede di diametro, entro ho versato un mastice fuso composto di trementina, ragia, e cera, steso, e rassodato in una superficie piana, e lucida. Ne ho parecchi altri, e più grandi, e più piccoli di legno eziandio al cui fondo è incollata una laminetta di piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove ceralacca, ed ove altri mastici di varia composizione, ma l'indicato di sopra ch'io fo di tre parti di trementina due di ragia, ed una di cera bollite insieme per più ore, mescendovi in fine alquanto di minio, ad oggetto di avvivarne il colore, l'ho trovato il più comodo, e il migliore. Fa l'officio di armatura al di sopra un legno dorato della figura a un di presso d'uno scudo di dieci pollici di diametro, e alto due all'incirca, piano nella base che dee combaciare col mastice, alquanto convesso nei lati, o sia nel contorno. Dal centro della concavità sorge un manico di vetro, o meglio di ceralacca ben levigato, che ha gli spigoli (e ciò rileva assai) smussati, e ritondati. Chiamerò dunque quest'armatura col nome di scudo. Stimo superfluo l'avvertire, che mi attengo ordinariamente ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso, e più leggiero, e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pensato a farne uno d'ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola, che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, trovo che m'offre in compenso non piccoli vantaggi, uno rilevante, che è quello d'essere più forbito, e perciò di dissipar meno d'elettricità: gli altri di sola appariscenza, e comodo, per atto d'esempio di render sonore le scintille anche meno vive; e di poter racchiudere in esso vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe, manichi per isolare, palle, fili ec.
Eccovi, Sig., tutto l'apparato —
Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario coll'ajuto della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume toccando congiuntamente, o alternatamente lo scudo, e il piatto. Allora alzando lo scudo pel suo manico isolante, e riponendolo sul mastice, con toccarlo alternatamente, siccome richiede la teoria dell'elettricità vindice; e quando è alzato, e quando torna a posare ne ho scintille tali, e sì vive (quelle segnatamente dell'innalzamento, e più le succedenti alle prime due, o tre) che si spiccano, e dirigonsi alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo, e talora più di distanza, per nulla dire del venticello, e de' fiocchi di luce che si manifestano sulle punte all'intervallo di più pollici, e degli attraimenti de' corpicciuoli oltre allo spazio d'un piede. Che più? Con quattro, o sei scintille cavate dallo scudo elettrizzo fortemente un conduttore assai capace, un uomo isolato ec., con trenta in quaranta di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste operazioni io fo, e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col tempo? Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l'apparecchio per lungo tratto, e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo. Ma che direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de' segni si può prevenire, e riparare l'illanguidimento, e finanche ristorare il primiero vigore con niun altro ajuto che quello delle deboli forze che rimangono? M'affretto a spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.
È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d'un'altra lastra, o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di questa. Or bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo, allora pure che non mi dà se non scintille deboli, giungo a caricare anche debolmente una caraffa, posso contare d'avere in questa caraffa un ristoratore dell'elettricità indebolita, e di portarvi una vera aggiunta eccitandone la scarica, o sia compartendola alla superficie del mastice. E così adoperando non m'inganno, col badar bene però di applicare al mastice non già l'uncino della caraffa, se questo ha ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia, o la base; e vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir nel mio intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia armata del suo scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o (che è d'un bel tratto più efficace) portando a combaciamento la base, o l'uncino della caraffa colla faccia nuda del mastice, e scorrendovi sopra per tutto, onde imprimere, dirò così, ad ogni punto la competente porzioncella di carica. Per tal modo e con tale attenzione trovo più spediente di elettrizzare il mio apparecchio ben anche la prima volta, senza applicarlo immediatamente alla macchina per mezzo solamente d'una caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far senza interamente d'ogni macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco con pochissima pena usando un leggiere stropicciamento di mano, o panno, o carta, o (che è meglio) pelliccia fina, e bianca sulla faccia del mastice ancor vergine, col quale strofinamento produco primamente, e in un attimo una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare una, o due fiate l'artificio già descritto di caricare un caraffino, e rinfondere la carica sulla superficie del mastice, arriva in brevissimo tempo al sommo di vivacità.
Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri di ricorrere a cotale industre modo di ravvivare l'elettricità moribonda, perchè non si perda del tutto, vi dirò non aver io fissata, nè potersi per avventura fissare regola alcuna. Sono però in grado d'assicurarvi che dopo il corso non già d'ore, o di giorni (soprattutto se l'apparecchio si lasci buona parte del tempo in riposo, e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta, e pura la faccia del mastice) ma d'intere settimane l'elettricità non vi verrà mai meno, solo che vi prendiate la cura di replicare due, o tre volte il giuoco della caraffa. Non debbo quì lasciar di suggerire che in luogo d'una caraffa di vetro torna forse più comodo un cannoncino di rame, o latta intonacato di cera lacca, o mastice, e armato acconciamente, a cui avvegnachè tocchi minor quantità di carica, ciò non ostante perchè l'acquista prestissimo, serve perciò meglio, e quello che più monta, teme assai meno l'umidità dell'aria.
Non so finir di parlare dell'artificio di risvegliar l'elettricità languente col rifondere, e ritorcere contro di se stessa quella poca che rimane, e sì ricondurla al grado massimo d'intensione, senza dire che sebbene tal ritrovamento non sia altro più che una conseguenza della teoria, che appunto me lo ha fatto tosto immaginare, sembra però oltre modo maraviglioso a chi non sente ben addentro in così fatte cose, e senza confessare ch'io stesso ne andai pieno di gioja tostochè vidi il fatto risponder pienamente all'idea concepita, non meno per la bella armonia, che ravvisai co' principj come per la novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter, ove che fosse, col mio semplice apparato passarmela senza il corredo della macchina, e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva elettricità, e con quel solo destarla egualmente viva in altri apparati senza fine (la qual industria mi richiamò tosto alla mente quella onde andiamo debitori a Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l'acciajo senza calamita), e sì anche perchè io veniva a giustificare l'aggiunto di un nuovo vocabolo, che non senza esitazione aveva destinato a questa fatta di elettricità, il che ora senza scrupolo, e a tutto rigor di termine sento di poter fare, chiamandola elettricità Vindice indeficiente. Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure imporre un nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di Elettroforo perpetuo.