— Vediamo, diceva tra sè, ecco ben presto un’ora che nuoto; ma siccome il vento mi è contrario, così ho dovuto perdere un quarto della mia rapidità. Frattanto, ammenocchè non abbia sbagliata la linea, ora non devo esser molto lungi da Tiboulen... ma se mi fossi sbagliato! — Un fremito invase il corpo del nuotatore. Egli tentò di fare per un poco il morto, affine di riposarsi; ma il mare diveniva sempre più forte, e così ben presto anche questo mezzo di sollievo, sul quale egli aveva fidato, gli addiveniva impossibile.
— Ebbene! diss’egli, sia; nuoterò sino alla fine, fin che le braccia si stanchino, fin che le gambe s’irrigidiscano, finchè i granchi invadano il mio corpo, ed allora calerò a fondo.
Si rimise a nuotare colla forza e l’impulsione del disperato. D’improvviso gli sembrò che il cielo, di già tetro, si oscurasse ancor più, che una nube fitta, pesante, compatta, si abbassasse verso di lui; nel medesimo punto sentì un forte dolore al ginocchio. L’immaginazione, colla sua incalcolabile prestezza gli disse allora, che quello era l’urto di una palla, e che immediatamente avrebbe sentito l’esplosione del colpo di fucile, ma questa non rintronò. Dantès allungò la mano, e sentì una resistenza. Ritirò l’altra gamba a sè, e toccò la terra: vide allora che cosa era l’oggetto che creduto aveva una nube. A venti passi da lui s’inalzava un mucchio di scogli a forme bizzarre che si sarebbero presi per immenso spazio di fiamme pietrificate al momento della loro più ardente combustione. Era l’isola di Tiboulen.
Dantès si rialzò, fece qualche passo innanzi, e si stese, ringraziando Dio, su quelle punte di granito che gli sembrarono in quell’ora più morbide del più soffice letto. Quindi ad onta del vento, della tempesta, e della pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato com’era, si addormentò di quel delizioso sonno dell’uomo, il capo del quale diventa inerte, ma di cui l’anima veglia nella conoscenza di una felicità inattesa. Di là ad un’ora, Edmondo si risvegliò all’immenso fragore di un tuono; la tempesta si era scatenata nello spazio, e batteva l’aere col suo volo romoreggiante. A quando a quando un lampo discendeva dal cielo, come un serpente di fuoco, ed illuminava i flutti che si accavalcavano gli uni sugli altri come i vortici di un immenso caos.
Dantès, coll’occhio di esperto marinaio, non si era ingannato: aveva approdato alla prima delle due isole, quella di Tiboulen; la sapeva nuda, scoperta e senza offerire il più piccolo asilo. Ma quando la tempesta sarebbe cessata, egli si rimetterebbe in mare per raggiungere nuotando l’isola di Lemaire, egualmente arida, ma più larga e per conseguenza più ospitaliera. Una roccia che si trovava alquanto sporgente, offrì un momentaneo asilo a Dantès; egli vi si rifugiò, e quasi nel medesimo punto la tempesta scoppiò con tutto il suo furore. Edmondo sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al coperto, e i flutti che s’infrangevano contro la base della gigantesca piramide giungevano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, era in mezzo a questo profondo fracasso, ed a questi folgoranti bagliori, preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l’isola tremasse sotto di lui, e da un momento all’altro andasse, come un immenso vascello all’ancora, a spezzare il suo fondo, o ad essere inghiottito nell’immensa voragine. Si ricordò allora che non aveva mangiato da ventiquattr’ore: aveva fame e sete! Stese le mani e la testa, e bevè l’acqua della tempesta che colava a rivi dallo scoglio.
Quando si rialzò, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino al trono abbagliante di Dio, illuminò lo spazio. Alla luce di questo, Dantès, fra l’isola di Lemaire e il capo Crosoille, a un quarto di lega, vide a guisa di uno spettro scivolare dall’alto di un flutto al fondo di un abisso, una barca pescareccia trasportata ad un tempo dall’uragano, e da l’onda. Dopo un minuto secondo comparve il fantasma sulla cima di un altro flutto avvicinandosi con una celerità spaventevole. Dantès volle gridare, cercò qualche straccio di tela per agitarlo nell’aria e fare loro conoscere che essi stavano per perdersi: ma lo vedevano da sè stessi. Al chiarore di un altro lampo il giovine vide quattro uomini aggrappati all’albero ed alle funi; un quinto si teneva attaccato al manolaio del timone già rotto. Questi uomini che egli vedeva, il videro del pari poichè grida disperate, e trasportate dalla fischiante bufera gli giunsero all’orecchio. Al di sopra dell’albero troncato come un ramoscello, si agitavano a colpi ripetuti e frequenti gli avanzi di una vela in pezzi. D’improvviso le funi che ancora la trattenevano si ruppero, e disparve trasportata sotto la cupa profondità del cielo a guisa di quei grandi uccelli bianchi che compariscono sotto le nere nubi. Nello stesso tempo uno scroscio orribile s’intese, e le grida di agonia giunsero fino a Dantès. Aggrappato allo scoglio di dove guardava l’abisso, un nuovo lampo gli mostrò il piccolo bastimento in pezzi e fra gli avanzi delle teste col viso disperato, delle braccia stese verso il cielo. Quindi tutto ritornò nella notte.
Il terribile spettacolo durò quanto un lampo.
Dantès si precipitò sul pendio sdrucciolevole delle rocce col pericolo di rotolar nel mare. Guardò, ascoltò, ma non intese, nè vide più nulla. Non più grida, non più sforzi umani, la sola tempesta, questo grande spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a spumeggiare coi flutti. Un poco per volta il vento si acquetò, il cielo spinse verso occidente i grossi nuvoloni grigi, per così dire, slacciati dall’uragano; ricomparvero le stelle più brillanti che mai, ben presto verso l’est, una lunga striscia rossastra disegnò sull’orizzonte delle ondulazioni di un azzurro nero, queste si commossero, una subita luce corse sulle loro cime, e ne cangiò le vette spumeggianti in criniere dorate. Era giorno.
Dantès restò immobile e muto davanti a così grande spettacolo, come se fosse la prima volta che lo vedeva; difatto egli lo aveva dimenticato pel lungo tempo trascorso nel castello d’If. Si rivolse alla fortezza, interrogando, con un lungo sguardo circolare, la terra ad un tempo ed il mare. Il tetro fabbricato usciva dal seno delle onde con quella imponente maestà propria delle cose immobili che sembrano comandare insieme e vigilare. Potevano essere le cinque del mattino; il mare continuava a calmarsi. Fra due o tre ore, rifletteva Edmondo, il carceriere rientrerà nella mia camera, troverà il cadavere del povero mio amico, lo riconoscerà, mi cercherà invano, griderà all’arme; allora scopriranno il foro ed il passaggio sotterraneo; verranno interrogati quegli che mi slanciarono in mare, che devono avere inteso il grido che gettai. Subito tutte le barche riempite di soldati armati, correranno dietro il disgraziato fuggitivo che sapran bene non potere esser lontano, il cannone avvertirà tutta la costa esser proibito di dare asilo ad un uomo che verrà incontrato errante, nudo, affamato. Le spie e i birri di Marsiglia saranno avvertiti, e percorreranno la costa, nel mentre che il governatore del castello d’If farà percorrere il mare. Allora perseguitato nell’acqua, circondato sulla terra che accadrà di me? ho fame, ho freddo, ho perfino abbandonato il coltello salvatore che mi era d’impaccio per poter nuotare: sono all’arbitrio del primo che vorrà guadagnare 20 fr. per consegnarmi; non ho più nè forza, nè idee, nè risoluzione. Oh! mio Dio! mio Dio! voi sapete se ho sofferto, e se voi potete far più per me di quello che non ho potuto far io stesso!
Nel momento in cui Edmondo, in una specie di delirio causato dallo spossamento delle forze, e dal vuoto del cervello, ansiosamente rivolto verso il castello d’If pronunciava quest’ardente preghiera, vide comparir sulla punta dell’isola di Pomègue, spiegando la vela latina un piccolo bastimento, che soltanto l’occhio di un marinaro poteva discernere essere una tartana genovese, sulla linea ancora mezz’oscura del mare. Essa veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo cacciando innanzi all’acuta prua una scintillante schiuma che apriva una strada più facile ai suoi arrotonditi fianchi.