— Sì, padre mio, disse Massimiliano.
— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano, disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste restando, e val meglio la morte che l’onta»?
— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli.
E si slanciò verso il gabinetto.
Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. — Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose; fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare. Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che, giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso, quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia, è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.
La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta; ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto; l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia... si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano. — Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia, salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.
— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?
— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.
Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una parte era la cambiale dei 287,500 fr., già quietanzata, dall’altra vi era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.»
Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.