— Ebbene! che volete fare? domandò il conte.

— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto.

— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi obbligati per averli commessi.

— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi essere, voi sarete sempre i ben venuti.

Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo seguì, Franz restava l’ultimo.

— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.

— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.

— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. — Ebbene! non venite? domandò Alberto.

— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio; fatto qualche passo nella pianura:

— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.