— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per quel che gli costava, ne sono ben sicuro.
— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria.
— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort, stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.
— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo inteso dire.
— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che tre volte il povero marchese.
— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo.
— Vi accompagnerò io, signore?
— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.
E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro, che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore: disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho candelieri.
— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli costava l’obbedire.