— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: — Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede alle promesse fatte? — Lo credo.

— E questo brav’uomo del conte le manterrà?

— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi rappresentiamo bene la parte impostane.

— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta una lettera?

— Da un certo abate Busoni.

— Che non conoscete?

— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera?

— Voi al certo non mi tradirete?

— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.

— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. — Andrea lesse a voce bassa: